Balcani Cooperazione Osservatorio Caucaso
venerdì 18 settembre 2020 19:26

 

Il Tribunale dell’Aja, in Bosnia per un giorno

22.05.2004   

Far avvicinare il Tribunale dell’Aja alle comunità locali. Questo lo scopo di una serie di incontri promossi in Bosnia Erzegovina. “Rischia d’essere una foglia di fico” dichiara Refik Hodzic, uno degli organizzatori.
Giudici all'Aja
di Martino Lombezzi *


Nelle scorse settimane a Brcko, Bosnia Erzegovina, si è tenuta la prima di una serie di conferenze dal titolo “Colmare la distanza tra l’ICTY e le comunità locali”, organizzata dal Comitato Helsinki della Republika Srpska in collaborazione con il programma Outreach del Tribunale e con il supporto del Ministero degli esteri inglese. Obbiettivo degli incontri, che si svolgeranno nell’arco dell’anno anche a Konijc, Prijedor, Foca e Vitez, è quello di presentare ai membri delle comunità locali di queste città della Bosnia una panoramica delle attività del Tribunale che hanno riguardato la zona, cercando di rendere pubblici i dettagli emersi durante la fase investigativa e lo svolgimento dei processi e fornendo informazioni specifiche e di prima mano sui crimini commessi durante la guerra.

Alla Dom Kulture di Brcko, circondata da un cordone di polizia già dalla prima mattinata e presidiata da un piccolo contingente SFOR, erano presenti più di cento persone: giornalisti, associazioni di vittime, rappresentanti del governo locale, di ONG, e membri della magistratura. Dall’Aja sono arrivati cinque funzionari di alto livello: David Tolbert, vice cancelliere, Bernard O’Donnel, capo dell’ufficio investigativo della Procura, Cécile Tournaye e Olivier Fourmy, dell’Ufficio legale delle Camere, e infine Geoffrey Nice, il procuratore principale del Tribunale, che conduce anche il processo a Milosevic.

Negli anni passati altre conferenze su vari aspetti delle attività della corte erano state organizzate in Bosnia, ma questa è la prima, come ha affermato Tolbert “improntata a demistificare il processo all’Aja, la prima che parli direttamente alle comunità di casi specifici”. Il tentativo è quello di aiutare le comunità locali, attraverso le informazioni raccolte nella fase investigativa e i fatti stabiliti in aula, a fare luce sul passato recente, contribuendo così a stabilire una memoria condivisa. Al centro dell’attenzione sono in primo luogo coloro che hanno subito violenze e i familiari delle vittime, che possono per la prima volta partecipare a una ricostruzione pubblica dei casi da parte di chi vi ha lavorato in maniera approfondita e apprendere dettagli e informazioni importanti. Altrettanto centrale è però anche la partecipazione delle autorità locali e dei membri del sistema giudiziario, che sono così tenuti ad affrontare in maniera diretta la questione dei crimini di guerra. Gli organizzatori hanno cercato di invitare i membri più rappresentativi, per carica istituzionale o posizione sociale, della comunità.

Un’iniziativa di grande importanza per i cittadini di Brcko, che però giunge molto in ritardo. All’Aja hanno capito solo recentemente che senza una maggiore attenzione all’impatto dell’opera del Tribunale sulla società, sulle comunità locali della ex Jugoslavia, il lavoro fatto finora rischia di risultare sprecato, se non altro perché semplicemente sconosciuto. “Certamente arriva troppo tardi” dice Mirsad Tokaca, presidente del Centro di Ricerca e Documentazione del governo bosniaco “si è aspettato dieci anni per iniziare a stabilire un qualche tipo di contatto con le comunità locali. La città oggi era totalmente bloccata, molta polizia, sotto assedio: questo è sintomo di molte cose. Ci sono molte comunità che non sono pronte a confrontarsi col passato, Brcko è uno degli esempi”.

L’importanza e la centralità del problema dei crimini di guerra nella Bosnia di oggi pare sia ignorata dalla maggior parte dei media bosniaci, che spesso lo usano come pretesto per attaccare avversari politici o per fare notizia. Nonostante in termini di quantità il Tribunale dell’Aja sia tra i temi più trattati, le informazioni su di esso sono di scarsa qualità, si parla di tutto tranne che di quello che veramente sarebbe utile, cioè gli avvenimenti ricostruiti durante processi.

“La centralità del rapporto tra il Tribunale e le comunità locali non è stata compresa se non da alcuni dei membri del Tribunale stesso” afferma Refik Hodzic, giornalista e responsabile fino a pochi mesi fa del programma Outreach in Bosnia Erzegovina “indicativo di questa mancanza è il fatto che Outreach sia stato creato solo nel 1998: ad occuparsene sono, per ogni stato della ex Jugoslavia, solo due persone, ed esso non è compreso nel budget annuale del Tribunale. Quelli del tribunale, i leader dell’istituzione, hanno spesso dato la priorità a qualsiasi segmento apparisse loro importante senza preoccuparsi di quale impatto il Tribunale avesse sul terreno. Il programma Outreach rischia d’essere, anche se non completamente, una foglia di fico solo per dire: stiamo facendo qualcosa”.

Due persone sono state processate all’Aja per crimini commessi a Brcko: Goran Jelisic e Ranko Cesic. Per entrambi il processo si è concluso con una condanna: sono stati giudicati colpevoli di aver maltrattato e ucciso ognuno almeno dieci prigionieri non serbi, detenuti nell’aprile-maggio ‘92 in particolare nel campo “Luka” e nel centro sportivo “Partizan” a Brcko. Jelisic, arrestato dalla SFOR all’inizio del ’98, nell’ottobre dello stesso anno si è dichiarato colpevole di tutti i crimini attribuitigli dal procuratore (quindici capi d’accusa per crimini contro l’umanità e sedici per violazioni delle leggi e consuetudini di guerra), ad eccetto di quello di genocidio. Il processo si è quindi svolto solo per questo capo d’accusa, che i giudici non hanno però confermato. Nonostante questo, Goran Jelisic è stato condannato a quarant’anni di carcere, che sta scontando in Italia. Il caso di Cesic è stato affrontato dal Tribunale più di recente: il suo arresto è avvenuto in Serbia nel maggio 2002. Nell’ottobre 2003 si è dichiarato colpevole di tutti i crimini di cui era accusato, dicendosi inoltre disposto a collaborare col Tribunale in altri processi come testimone. E’ stato condannato due mesi fa a una pena di diciotto anni.

Attraverso il racconto della storia processuale di questi due condannati non sembra essere stata così efficace. Jelisic e Cesic hanno commesso atroci crimini ma, quando li hanno commessi, non avevano particolari responsabilità di comando. Le indagini si sono concentrate sul provare la responsabilità penale dei due, ma non hanno ricostruito la catena di comando delle forze serbe a Brcko o l’organizzazione materiale della pulizia etnica nella cittadina sulla Sava, cosa che in altri casi di fronte al Tribunale è avvenuta o sta avvenendo. E questo ha in parte deluso i partecipanti all’incontro.

Questa conferenza, indubbiamente importante, cade all’inizio di una nuova stagione per la giustizia postbellica in Bosnia. Tra pochi mesi, alla fine del 2004, all’Aja si chiuderà la fase investigativa. I processi andranno avanti fino al 2008, quelli di appello fino al 2010, ma, secondo quella che è stata definita Completion Strategy, l’obbiettivo è ormai quello di chiudere i lavori del Tribunale in maniera dignitosa, in un tempo il più breve possibile, cercando di non apparire troppo frettolosi. Peraltro è opinione comune che finché non avrà processato Karadzic e Mladic questa corte non potrà smettere di occuparsi della Bosnia senza essere considerata un’esperienza fallita.

Ma più importante per il futuro di questo paese è quello che si prospetta e quello che già sta avvenendo, a livello giuridico, per trattare in maniera complessiva il problema dei crimini di guerra. Secondo le stime del governo, ci sono informazioni relative a circa 9.000 possibili sospetti che non sono ancora stati incriminati all’Aja, e che dovrebbero essere processati da corti locali. Una Corte per i Crimini di Guerra, formata da giudici locali e internazionali, sarà operativa all’interno della corte statale a Sarajevo entro la fine dell’anno. Sarà questa nuova istituzione a prendere il posto del Tribunale, a coordinare i processi che già si stanno svolgendo (circa sessanta, su novanta, sono ancora in corso), ad ereditare dall’Aja alcuni casi già aperti e altri ancora da cominciare.

Sono già stati evidenziati da numerose organizzazioni ed analisti alcuni possibili problemi nello spostamento dei processi in Bosnia, a cominciare da quello della protezione dei testimoni, difficile con poche risorse economiche a disposizione, in un paese di meno di quattro milioni di abitanti. Il problema chiave, comunque, sembra essere più la volontà che non la preparazione delle corti e dei procuratori locali ad affrontare questi casi. Solo se l’esigenza di verità viene espressa dalla società stessa, se a sostenere i procuratori sono le comunità locali, se alla logica comunitaria si sostituisce una logica basata sulla cittadinanza, è possibile avviare delle indagini su larga scala. A Brcko il tentativo è stato anche quello di contribuire a creare un clima favorevole a questo processo, condizione prima per poter affrontare il passato in maniera serena.

Altra questione aperta è la comprensione di cosa resterà ai cittadini bosniaci del lavoro compiuto all’Aja, Sicuramente la constatazione che, senza questo Tribunale, molti criminali di guerra sarebbero ancora al loro posto. Solo pochi anni fa, il Tribunale rappresentava per chi aveva subito crimini l’unica speranza di giustizia, l’unica istituzione a cui appellarsi in un clima di impunità nel quale vigeva ancora la legge della pulizia etnica. Resteranno una mole immensa di dati, documenti, filmati, testimonianze, dichiarazioni e sentenze, che renderanno più difficile ai nazionalisti di domani negare gli esiti catastrofici delle politiche etniche, e aiuteranno gli abitanti dei Balcani a comprendere il recente passato. Tuttavia anche le associazioni di vittime, un tempo il primo gruppo a sostenere l’attività del Tribunale, oggi sono profondamente deluse da condanne spesso troppo miti: l’incomprensione da parte loro del fatto che un imputato colpevole di crimini gravissimi possa “barattare” un’ammissione di colpevolezza e delle informazioni, per quanto rilevanti, con una notevole riduzione della pena, sembra ai più semplicemente ingiusto.

L’uso delle dichiarazioni di colpevolezza, seppur da sempre previsto dallo statuto, solo di recente è diventato frequente, provocando nelle vittime una sensazione di “tradimento” da parte del Tribunale. Il valore di questo istituto è maggiormente evidente quando a dichiararsi colpevole è un alto responsabile, un capo politico o militare, come nel caso, celebre, di Biljana Plavsic; meno quando a farlo sono criminali di guerra “comuni”. Per questa ragione a Brcko i funzionari dell’Aja hanno ritenuto necessario guidare il pubblico attraverso il procedimento penale, cercando di spiegare il meccanismo che regola l’ammissione di colpa: si tratta di un accordo tra procuratori e avvocati difensori, al quale i giudici sono estranei. In cambio della decurtazione di alcuni capi d’accusa, l’imputato si dichiara colpevole degli altri, e accusa e difesa concordano dei limiti entro i quali chiedere la condanna, che i giudici non sono comunque tenuti a rispettare. Il procuratore Nice, riconoscendo la difficoltà di comprensione del sistema accusatorio anglosassone in un paese di altra tradizione giuridica come la Bosnia, ha comunque sottolineato come una delle ragioni a favore di questo istituto sia anche il fatto che il Tribunale, ormai, ha risorse e tempo limitati. Risparmiare un processo attraverso la dichiarazione di colpevolezza aiuta la “Completion Strategy”, ma evita anche la discussione pubblica degli eventi, l’ascolto delle testimonianze delle vittime, ossia una parte importante del ruolo “curativo” della giustizia.

“Se il Tribunale non si occupa della questione del suo impatto sul campo e non trova un modo di gestire la “Completion Strategy” che non sia solo un chiudere le porte, ma diventi invece l’occasione per integrare la sua esperienza nei processi locali che seguiranno, rischia di trovarsi in una situazione in cui può essere visto come fallito” ricorda Refik Hodzic, curatore di questi incontri bosniaci “I risultati finali del Tribunale sarebbero allora rilevanti per gli studenti, per i giudici che vi hanno lavorato e per le cento o centocinquanta persone che sono state processate. Ma nulla di più”.

* Martino Lombezzi si è laureato in storia dell'Europa Orientale con una tesi dal titolo "Il Tribunale dell'Aja e i crimini di guerra in ex Jugoslavia". Attualmente è in Bosnia Erzegovina per analizzare l’impatto che il Tribunale ha sia sulla politica che sulla società bosniaca.


Consulta l'archivio