| Ante Pavelic
Detto "il poglavnik" (il duce). Durante la guerra fu leader dello "Stato Croato Indipendente" ustascia, nel quale mezzo milione di serbi, ebrei e zingari furono trucidati per suo ordine personale (80). Dopo la guerra si impegnò nella costituzione del movimento dei krizari, prima di fuggire in Sudamerica.
Su Ante Pavelic si confronti anche La politica dei papi nel XX secolo:
``Nato nel 1889 in Erzegovina, laureatosi in legge nel 1915'', avvocato a Zagabria successivamente. ``Il 7 gennaio 1929, un giorno dopo la proclamazione della dittatura regia di Alessandro I, Pavelic [...] ed altri ustascia fondarono la lega per la lotta nazionalrivoluzionaria. [...] Ogni membro doveva giurare ubbidienza attraverso un pronunciamento al cospetto di Dio onnipotente e di tutto ciò che è sacro.''
(Si veda anche la descrizione del giuramento fatta da padre Cecelja.)
``Il loro precursore spirituale, il politico e pubblicista Ante Starcevic, moto nel 1896, capo del Partito della Destra Croata, sosteneva la tesi che [...] "i Serbi sono lavoro per il macello", [idea che gli valse il titolo di] Padre della Patria e maggiore ideologo politico croato.'' ``Ciò che si preparava [era] una guerra santa, una guerra di religione, che ammetteva qualunque Terrore ed includeva "la Bibbia e la Bomba l'una di fianco all'altra come distintivo e mezzo di lotta".
Neanche ebbe fondato il suo partito di ribelli, che Pavelic [...] con i suoi compari più prossimi si rifugiò a Vienna, poi in Bulgaria, ed infine il regime fascista italiano gli assicurò ricovero ed alimenti. Mentre un tribunale serbo lo condannava già a morte in contumacia, Mussolini metteva a disposizione della famiglia Pavelic una casa a Bologna, la quale servì poi per anni come quartier generale degli ustascia. Con l'aiuto del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini, il boss dei congiurati fece poi addestrare in Toscana e sulle isole Lipari gli emigranti croati ed i seguaci ustascia transfughi, per gli assassinii a venire. Egli disponeva di alcune trasmissioni di Radio Bari, pubblicava il giornale "Ustasa" in lingua croata, teneva contatti con centrali di propaganda nazional-croata a Vienna, Berlino, negli USA ed in Argentina, e rendeva noti i suoi piani gloriosi al mondo di volta in volta, attraverso l'esplosione di bombe sui treni Vienna-Belgrado, con un più rilevante tentativo -subito sedato- di rivolta nelle montagne del Velebit (1932), e con una serie di attentati particolari.
Tra le prime azioni degne di nota ci furono l'eliminazione del direttore del foglio filojugoslavo zagrebino "Jedinstvo" (l'Unità), Ristovic, freddato nell'agosto 1928 in pieno giorno in un caffè di Zagabria, e l'assassinio del redattore capo del giornale di Zagabria "Novosti", Slegl, il 22 marzo 1929. Pavelic lasciò che la polizia rinchiudesse il suo più stretto collaboratore, Gustav Percec, in una prigione di Arezzo, e lì gli sparò di propria mano, dopo un interrogatorio con sevizie.
Ma la sua vittima certo più eminente fu il Re di Jugoslavia Alessandro. Un primo attentato al regnante, uomo gradito in effetti a tanti croati, fu sventato nell'autunno 1933 a Zagabria dal servizio segreto jugoslavo. Tuttavia, quando un anno più tardi il monarca giunse a Marsiglia dagli alleati francesi, il 9 ottobre 1934, fu assassinato mentre era ancora nella zona del porto, assieme al Ministro degli Esteri francese Louis Barthou, da un emissario di Pavelic -subito sottoposto a linciaggio dalla folla. Di nuovo Pavelic fu condannato a morte in contumacia da Francia e Jugoslavia -ed era la seconda volta. Ebbene, i fascisti italiani, dopo una custodia preventiva, gli assegnarono una nuova residenza a Siena ed una pensione di stato di 5.000 lire al mese.''
In Ratlines troviamo che oltre agli italiani, ``prima della guerra [anche] i servizi segreti britannici mantennero stretti rapporti con la sua rete terroristica clandestina, anche dopo l'assassinio [...] del Re jugoslavo'' (80-81).
Continuiamo a leggere su La Politica dei papi nel XX secolo:
``Uno scritto autografo, redatto da Pavelic nel 1936 e riguardante la causa croata, giunse al Ministero degli Esteri [tedesco] solo nell'aprile 1941, mentre erano in atto i preparativi della campagna di Jugoslavia. Il documento di 30 pagine [...] celebra Hitler come "maggiore e miglior figlio della Germania", loda la Germania hitleriana quale "potentissima combattente per il diritto vitale, la vera cultura e la più alta civiltà". [...] Il 6 aprile 1941, mentre Belgrado sottoposta al terrore incessante delle bombe tedesche cominciava a bruciare e la Dodicesima Armata del Feldmaresciallo Generale List attaccava il sud della Serbia dalla Bulgaria, Pavelic incitava le truppe croate per mezzo di un'emittente clandestina, acché puntassero le armi contro i serbi. "D'ora in poi combatteremo fianco a fianco con i nostri nuovi alleati, i Tedeschi e gli Italiani". [...] La Wehrmacht di Hitler era salutata in Slovenia e in Croazia amichevolmente ed anche con entusiasmo.
Il 10 aprile, [...] mentre i tedeschi occupavano Zagabria, capitale del vecchio Banato, avveniva la proclamazione della "Croazia Indipendente", sempre in assenza di Pavelic: [...] "Dio è con i Croati! Pronti per la Patria!". [La proclamazione era stata] firmata dall'ex-[...] colonnello Slavko Kvaternik, rappresentante del poglavnik e Comandante Supremo delle Forze Armate [...].
Il poglavnik fece tenere ancora una parata alla sua truppa di circa 300 uomini, lo stesso 10 aprile a Pistoia; la sera fu convocato a Roma da Mussolini; l'11 aprile assicurò a Hitler gratitudine e sottomissione con un telegramma; durante la notte del 13 oltrepassò il confine jugoslavo presso Fiume, giunse a Zagabria nella notte del 15, ed il 17 nominò il suo primo Gabinetto. Era adesso Capo dello Stato, del Governo e del Partito, nonché Comandante in Capo delle truppe, e governava da dittatore -certo con sudditanza rispetto ai suoi grandi alleati, dai cui regimi copiò ampiamente- alla testa di 3 milioni di Croati cattolici, 2 milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci e parecchi altri gruppi etnici minori, tra i quali 40.000 Ebrei.
Il 18 aprile l'esercito jugoslavo capitolava senza condizioni. La Serbia fu sottoposta all'occupazione militare tedesca, e quasi due quinti del Regno di Jugoslavia andarono a formare lo Stato Indipendente di Croazia, che si componeva del nucleo di Croazia e Slavonia insieme alla Sirmia, a tutta la Bosnia (fino alla Drina) e all'Erzegovina, con una parte del litorale dalmatino; in tutto quasi 102.000 km quadrati.
Però nel maggio seguente Pavelic regalò in tutti i modi quasi la metà della Jugoslavia ai paesi limitrofi: nel Nord ai Tedeschi, per cui i confini del Reich arrivavano a soli 20 km da Zagabria, nel Nordest all'Ungheria, nel sud alla Bulgaria e all'Albania, ed infine il Sudovest, l'Ovest (dove la popolazione croata era la stragrande maggioranza) ed il Nordovest all'Italia. Qui giunse Pavelic il 7 maggio con ministri e membri del clero, tra i quali il vicario generale dell'arcivescovo Stepinàc, vescovo di Salis-Sewis, ed offrì al Re Vittorio Emanuele III la cosiddetta corona di Zvonimiro (ultimo re indipendente della Croazia nell'XI secolo), destinata al meno significativo Conte Aimone di Spoleto, il quale in effetti non venne mai incoronato, non apparve mai nel suo regno, e tuttavia parlò in Vaticano già il 17 maggio quale re designato della Croazia (con l'appellativo di Tomislao II).
E lì, in Vaticano, il giorno seguente si presentò il poglavnik, colui il quale era stato ripetutamente condannato a morte a causa di svariati omicidi, accompagnato da una delegazione numerosa -Pavelic "circondato dai suoi banditi", annotava lo stesso Ministro degli Esteri Ciano nel suo diario solo poche settimane prima. Le concessioni territoriali del poglavnik all'Italia, che laggiù conduceva con brutalità la sua politica del "mare nostro", causarono sconforto in tutta la Croazia, come riferì il 21 maggio il generale Glaise von Horstenau. "Dovunque si vada si ascoltano minacce contro gli Italiani". Eppure la stampa cattolica del paese era molto commossa per l'attenzione e la cordialità di papa Pio XII, che salutò Pavelic ed i suoi gangsters durante un'udienza privata particolarmente festosa -un grande ricevimento- e si accomiatò da loro in modo amichevole, con i migliori auguri di buon proseguimento.''
Anche Ratlines si sofferma sui rapporti fra il poglavnik e la Chiesa:
``Le atrocità erano già in corso nel momento stesso in cui Pio XII ricevette il poglavnik in un'udienza privata alla fine di aprile 1941'' (80). ``Pio XII e i suoi consiglieri più anziani nutrivano opinioni estremamente benevole nei confronti del suo cattolicesimo militante. Durante la guerra Pavelic aveva convertito con la forza decine di migliaia di ortodossi serbi sotto la minaccia della pena capitale'' (80). In virtù di ciò ``agli occhi del Vaticano Pavelic rappresentava un militante cattolico, un uomo che ha peccato, ma che l'ha fatto per lottare a favore del cattolicesimo'' (92).
Il papa riceveva regolarmente gli emissari di Pavelic, ai quali forniva ogni volta ``delle assicurazioni relative al fatto che il Santo Padre avrebbe aiutato la Croazia cattolica'' (82-83). A Branko Bokun, giovane jugoslavo che tentò di segnalare alle autorità vaticane i misfatti del regime croato, non fu invece accordata l'udienza richiesta. ``Bokun era stato mandato a Roma da uno dei capi dei servizi segreti jugoslavi a chiedere l'intervento del Vaticano per fermare il massacro in Croazia. [Egli era] armato di un voluminoso fascio di documenti, di resoconti e di testimoni oculari, e persino di fotografie dei massacri. [...] Voleva consegnare il suo incartamento a monsignor Giovanni Montini, sottosegretario di Stato per gli Affari Correnti, ma non riuscì a ottenere udienza'' (81-82). ``A Bokun venne semplicemente detto che le atrocità descritte nell'incartamento erano opera dei comunisti, ma che erano state attribuite in mala fede ai cattolici'' (82).
``Allo stato di Pavelic fu negato il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano'' (82), ma ``quando Pavelic chiese un'altra udienza con il Santo Padre nel maggio del 1943, il Segretario di Stato Maglione gli assicurò che non c'erano difficoltà connesse con la visita del poglavnik al Santo Padre, se non per il fatto che non lo si sarebbe potuto ricevere come un Capo di Stato. Lo stesso Pio XII promise di dare nuovamente a Pavelic la sua benedizione personale, [malgrado il fatto che] in quel periodo la Santa Sede possedesse già abbondanti prove delle atrocità commesse dal suo regime'' (82).
Pavelic amava vantarsi dei suoi crimini, e si dice che esibiva sul suo tavolo una grossa coppa contenente ``circa venti chili di occhi di serbi inviatigli dai suoi fedeli ustascia'' (83).
Al termine della guerra Pavelic scomparve (83). ``Mentre i suoi uomini combattevano ancora, il poglavnik era scappato con il suo seguito di comprimari, tra cui circa 500 padri cattolici, a capo dei quali erano il vescovo di Banja Luka, Jozo Gavic, e l'arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric (morto poi a Madrid nel 1960). Fu accolto nel convento di San Gilgen, presso Salisburgo, insieme a quintali d'oro rubato'' (da La politica dei papi). Nel maggio 1945, Pavelic fu arrestato dagli agenti del SIS (133). Più che di un arresto, bisogna parlare però di una protezione. Infatti fu proprio il SIS ad aiutarlo a fuggire (129), nascondendolo ``a Klagenfurt, dove possedeva un appartamento e una villa'' (86). Il vescovo di Klagenfurt era un membro dell'Intermarium (136). Klagenfurt si trovava nella zona occupata dagli inglesi.
``Nel luglio del 1945 l'ambasciatore jugoslavo a Londra disse agli inglesi che Pavelic [...] era stato fatto prigioniero a Celovac (Klagenfurt) da truppe inglesi. Il Foreign Office si mostrò inflessibile nel sostenere che Pavelic non era mai stato in mano loro'' (83). Anche i ``serbi cetnici sostenevano che Pavelic era travestito da monaco in un monastero a Klagenfurt'' (84).
Londra negava, ma secondo rapporti statunitensi del 1947 gli ``alleati inglesi avevano sempre mentito. [...] Il servizio segreto jugoslavo aveva sempre avuto ragione. Secondo fonti attendibili, Pavelic era davvero riuscito a superare la frontiera austriaca e a raggiungere i confini inglesi, dove venne protetto dagli inglesi, nei settori sorvegliati e requisiti dagli inglesi, per un periodo di due settimane, [...] restò nella zona di occupazione inglese per almeno due o tre mesi, rimanendo in contatto con il SIS'' (86).
``Nell'aprile del 1946, Pavelic lasciò l'Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente di nome Dochsen. Entrambi gli uomini erano vestiti da preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli 3. Il compagno di viaggio di Pavelic era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik'' (86). ``Subito dopo essere arrivato [...] a Roma, il poglavnik [...] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa'', dove aveva spesso l'occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini'' (87). ``Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelic alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno'' (87).
``Pavelic aveva ottenuto un passaporto spagnolo sotto il nome di Don Pedro Gonner, in previsione della sua fuga definitiva, probabilmente alla volta della Spagna o del Sudamerica'' (87). ``I gesuiti furono tra gli ecclesiastici che maggiormente l'aiutarono e appoggiarono i suoi piani per lasciare l'Italia organizzando il suo viaggio verso la Spagna sotto il falso nome di padre Gomez'' (89). ``Tuttavia, verso la metà del 1946 Pavelic temette di trovarsi troppo strettamente sotto controllo e [...] ritornò in Austria'' (87), e ritornò nuovamente a Roma alla fine dell'anno.
Sin dal momento in cui era fuggito, il poglavnik era rimasto in stretto contatto con padre Draganovic, segretario della Confraternita di San Girolamo dei Croati a Roma (88,94), il quale ``sin dal mese di agosto del 1943 [...] si era trovato a Roma a negoziare per Pavelic in Vaticano'' (98). L'agente segreto del CIC Robert Mudd, nel febbraio 1947, scrisse il seguente rapporto sull'istituto di San Girolamo:
``Per poter entrare in questo monastero, bisogna sottoporsi ad una perquisizione personale per verificare se si è in possesso di armi o di documenti, si deve rispondere a domande sulla propria provenienza, sulla propria identità, su chi si conosce, su quale sia lo scopo della propria visita e come si sia venuti a sapere della presenza di croati all'interno del monastero. Tutte le porte che mettono in comunicazione stanze diverse sono chiuse e quelle che non lo sono hanno di fronte una guardia armata e c'è bisogno di una parola d'ordine per andare da una stanza all'altra. Tutta la zona è sorvegliata da giovani ustascia armati in abiti civili e ci si scambia continuamente il saluto ustascia'' (110).
``In un'intervista registrata, Simcic ammise l'esistenza, all'epoca, di una strettissima sorveglianza all'interno dell'istituto [...] necessaria a causa della minaccia, sempre presente, di attacco da parte dei comunisti'' (110).
Il motivo di tante precauzioni era molto semplice. Fra l'Istituto di San Girolamo e ``quella che si riteneva fosse una delle biblioteche vaticane, in via Giacomo Venezian 17-C'' si trovavano nel 1947 numerosi ustascia ricercati. Si trattava del poglavnik Ante Pavelic e di membri del suo governo (111):
Ivan Devcic, tenente colonnello
Vjekoslav Vrancic, vice ministro
Dragutin Toth, ministro
Lovro Susic, ministro
Mile Starcevic, ministro
Dragutin Rupcic, generale
Vilko Pecnikar, generale
Josip Markovic, ministro
Vladimir Kren, generale
Alcuni di questi assassini risiedevano in Vaticano:
``Gli ustascia che risiedevano in Vaticano facevano la spola tra i loro alloggi e la Confraternita [andando] avanti e indietro dal Vaticano varie volte la settimana, a bordo di un'automobile con autista la cui targa recava le iniziali CD, Corpo Diplomatico. [...] A causa dell'immunità diplomatica, era impossibile fermare l'automobile'' (113).
La realtà è che ``il Vaticano stava nascondendo il poglavnik, con la connivenza del SIS'' (132). Ovviamente, ``il SIS non aveva aiutato il Vaticano a salvare Ante Pavelic per malintesi concetti di benevolenza e carità. Voleva molto in cambio. Voleva degli agenti per infiltrarsi nella Jugoslavia comunista, per ottenere informazioni segrete e per colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti, soprattutto gli agenti della temuta polizia segreta'' (129). Fu solo 18 mesi dopo la scomparsa di Pavelic che gli inglesi ufficialmente "scoprirono" che costui si trovava in Vaticano. A quel punto scaricarono la responsabilità dichiarando che era fuori dalla loro giurisdizione (85).
All'inizio del 1947 Pavelic si trovava ``in un complesso extraterritoriale cinto da mura [che] si trova in cima al colle Aventino [e] che secondo l'opinione generale è crivellato di tunnel sotterranei che uniscono tra loro i singoli edifici.'' Tale complesso ospita varie organizzazioni della Chiesa, fra cui il Monastero di Santa Sabina, nel quale l'agente americano Gowen riteneva a quei tempi che avesse trovato ospitalità il poglavnik, e l'Ordine Militare Sovrano dei Cavalieri di Malta (87-88). Secondo l'autore de Il Secolo Corto, l'Ordine di Malta aveva anch'esso una sua rete per la fuga dei criminali di guerra. Ne faceva parte William J. Casey, che divenne capo della CIA negli anni ottanta.
Gli ustascia godevano di ottimi contatti con la polizia italiana (89). Un'altra delle loro basi si trovava in Via Cavour 210 (88).
In agosto Pavelic ``si nascondeva come ex-generale ungherese sotto il nome di Giuseppe [...] e viveva in una proprietà della Chiesa sotto la protezione del Vaticano, a Via Giacomo Venezian, [...] insieme al famoso terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff (sic) e ad altre due persone. Nell'edificio vivevano circa altri dodici uomini. Erano tutti ustascia e costituivano la guardia del corpo di Pavelic. Quando Pavelic usciva, si serviva di un'automobile con la targa del Vaticano (SCV)'' (90-91). ``Andava regolarmente in giro a bordo delle auto ufficiali vaticane che, recando le speciali targhe dei corpi diplomatici, non potevano essere fermate dalle autorità occidentali, neppure quando Pavelic lasciava il territorio vaticano'' (91).
I servizi segreti inglesi e americani conoscevano i movimenti di Pavelic ed avevano ricevuto l'ordine di arrestarlo. Tuttavia, dopo un continuo scarica-barile fra i due servizi segreti, l'operazione fu ``lasciata morire'' (89-91). ``La posizione degli inglesi era cinica e disonesta; mentre il SIS proteggeva Pavelic, il Foreign Office protestava perché gli Stati Uniti si sforzavano di sabotare il piano per arrestare il poglavnik'' (89). ``Il motivo [...] era davvero molto semplice. Gli alti ufficiali statunitensi stavano formando, all'epoca, la loro rete di ex-nazisti, e cominciavano a coordinare le proprie attività con quelle del Vaticano e di Londra'' (92).
Alla fine Pavelic riparò in Argentina: ``salpò dall'Italia il 13 settembre del 1947, viaggiando a bordo del piroscafo italiano Sestriere sotto il nome di Pablo Aranyos, un presunto profugo ungherese, e giunse a Buenos Aires il 16 novembre'' (95). ``Pavelic si servì dei suoi contatti molto influenti all'interno dei servizi segreti italiani per attuare il suo piano di fuga'' (96). ``Padre Draganovic [...] fornì il passaporto della Croce Rossa di cui si servì Pavelic e organizzò i dettagli del viaggio in nave'' (95). Sembra addirittura che Draganovic ``accompagnò personalmente il criminale di guerra a Buenos Aires, dove rimase con lui per dodici mesi'' (95). Secondo un'altra versione dei fatti, tuttavia, la persona che accompagnò l'ex-poglavnik era ``un altro sacerdote croato, un certo padre Jole, che era in realtà padre Josip Bujanovic'' (95).
Quando ``riapparve in Argentina, [...] il dittatore Juan Perón lo assunse come consulente per la sicurezza'' (95). ``Un certo Daniel Crljen [mandato in Argentina da Draganovic per trovare una sistemazione a Pavelic] era giunto in aereo a Buenos Aires, grazie all'assistenza del Vaticano, per conferire con il generale Perón a proposito dell'organizzazione in Argentina di un movimento ustascia chiamato "Élite". Crljen era uno dei principali ideologi e propagandisti del movimento, dato che durante la guerra aveva incitato al massacro dei Serbi. La missione di Crljen ebbe certamente successo; l'arrivo di Pavelic servì solamente a completare il trasferimento in Argentina di quasi tutto il suo governo. Tra i veterani che l'attendevano per dargli il benvenuto c'erano quasi tutti i ministri del gabinetto sopravvissuti, come pure molti funzionari municipali, capi militari e della polizia. Erano per la maggior parte criminali di guerra ricercati'' (96).
Per il seguito della storia di Pavelic, leggiamo La Storia dei Papi del XX secolo:
``Dopo la caduta di Perón, Pavelic sfuggì nel 1957 ad un attentato così come riuscì a sottrarsi alla polizia argentina; di nuovo finì in un convento, stavolta presso i Francescani di Madrid, e morì settantenne (alla fine del 1959) nell'ospedale tedesco (sic!) della capitale spagnola.''
Vladimir Kren
Durante la guerra fu generale e comandante in capo dell'aviazione dello "Stato Croato Indipendente": ``il generale Vladimir Kren, l'ex-ufficiale dell'aviazione jugoslava che, nell'aprile del 1941, aveva organizzato il passaggio ai tedeschi di molti dei suoi militari, era stato ricompensato con la carica di comandante dell'aviazione di Pavelic'' (118).
Vladimir Kren fu uno dei pochi amici di Pavelic che fu preso:
Nell'indagare sulla presenza di criminali croati a San Girolamo, l'agente americano ``Gowen organizzò un audace furto con scasso nell'ufficio di Draganovic. [...] Uno dei documenti più importanti era una lista di nomi di croati che venivano nutriti, vestiti, alloggiati e provvisti di ogni altra cosa nel monastero di San Girolamo. [...] In tale elenco erano inclusi anche i nomi di diversi criminali di guerra jugoslavi ricercati da tempo, dei quali Draganovic aveva continuamente negato la presenza: [...] almeno una ventina delle persone alloggiate all'interno dell'istituto si trovavano nelle liste nere occidentali'' (112-113).
In questo modo, i servizi occidentali avevano saputo che ``un gruppo di criminali di guerra ricercati [...] si era imbarcato sulla "Philippa" il 4 marzo 1947'' e che fra loro si trovava Vladimir Kren, che viaggiava sotto il falso nome di Marko Rubini (118-119). Kren fu arrestato dal maggiore Clissold, della British Special Screening Mission, la squadra alla ricerca dei nazisti. ``Questa fu una delle pochissime occasioni in cui lo spionaggio occidentale trionfò. [...] Qualche settimana più tardi, gli inglesi prepararono un'imboscata nello stesso istituto di San Girolamo, arrestando circa un centinaio di uomini che stavano andandosene al termine di un incontro'' (118). Alla fine, Kren fu consegnato al governo jugoslavo (118).
Vjekoslav Vrancic
Fu sottosegretario del Ministero degli Interni di Ante Pavelic. ``Tale ministero [...] era direttamente responsabile dei campi di concentramento nonché dell'apparato poliziesco particolarmente repressivo'' (112). Divenne poi il contatto radio in Austria per le missioni dei krizari (133).
Nel 1947, ``Vrancic doveva essere consegnato agli jugoslavi ma, tre giorni dopo questa decisione, egli sfuggì misteriosamente alla custodia degli inglesi. Riuscì quindi a mettersi al sicuro all'interno della Confraternita di San Girolamo, prima che padre Draganovic lo facesse espatriare attraverso la sua ratline. Nel novembre del 1947 [arrivò] in Argentina sotto il nome di Ivo Rajicevic; in quel paese Vrancic divenne una figura di primo piano nella rinascita dell'apparato terroristico ustascia'' (112).
Vilko Pecnikar
Genero di Ante Pavelic (134), Pecnikar era un ``veterano del movimento e organizzatore dei gruppi terroristici di Pavelic prima della guerra. Durante il conflitto raggiunse il grado di generale nella guardia del corpo personale di Pavelic e fu capo anche della brutale gendarmeria che operava in stretta collaborazione con la Gestapo'' (112).
Dopo la fine del conflitto ``Draganovic e Pecnikar lavorarono a stretto contatto per riorganizzare il movimento ustascia'' (112) ed entrambi gestirono insieme il tesoro degli ustascia (134). ``Manteneva contatti con diverse organizzazioni naziste clandestine e gestiva un sofisticato servizio segreto che collegava i gruppi italiani con quelli austriaci'' (134).
Ivo Omrcanin
Durante il breve periodo di vita della Croazia Indipendente, fu ``un funzionario del Ministero degli Esteri ustascia'' (127).
Successivamente, ``Lavorò a stretto contatto con Draganovic per dare una mano nelle vicende relative all'emigrazione dei profughi croati. [...] Lavorò direttamente sotto la guida di Draganovic nel Pontificio Comitato Croato di Assistenza tra il 1948 e il 1953, girando per i campi di profughi e inviando migliaia di fuggiaschi attraverso la ratline. [...] Si vanta anche di aver inviato attraverso la ratline 30.000 persone, tra cui molti scienziati e tecnici tedeschi'' (127).
``Omrcanin [....] vive oggi a Washington, da dove pubblica una serie di trattati di propaganda pro-ustascia'' (127).
Ljubo Milos
``Fu un alto ufficiale nel campo di concentramento di Jasenovac. Uno dei suoi atti esemplari fu l'uccisione rituale degli ebrei. Dopo l'arrivo al campo di un mezzo di trasporto, Milos indossava un camice da medico, ordinava alla guardia di portargli tutti coloro che avevano richiesto un ospedale, li conduceva all'ambulanza, li metteva lungo il muro e, con un colpo di coltello, tagliava la gola delle vittime, spezzava loro le costole e le sventrava.
Milos diresse anche altri brutali metodi di sterminio. Prigionieri nudi venivano gettati vivi nella fornace accesa della fabbrica di mattoni annessa al campo, mentre altri venivano percossi a morte con mazze e martelli. Decisamente, Milos non era un innocente patriota croato che si era limitato a prestar servizio nel governo di Pavelic per senso del dovere nei confronti della propria nazione. Era un volgare e sadico assassino, colpevole proprio di quel tipo di crimini che Draganovic riteneva meritassero una punizione. Eppure Draganovic estese anche a lui la sua carità cristiana.'' (120).
Il prete croato, infatti, fece fuggire Milos, e gli diede anche molti soldi (120). Milos scampò ``all'arresto da parte degli alleati proprio grazie a padre Draganovic, nonostante i suoi sanguinosi precedenti'' (132). ``Milos viveva in un campo italiano e stavano per arrestarlo. Draganovic fu avvertito segretamente da qualche agente dei servizi segreti inglesi e usò la sua sofisticata organizzazione per far sparire Milos, portandolo in salvo'' (121).
In seguito fu catturato in Jugoslavia nel corso di una missione terroristica (121): nel 1948 figurò come imputato al processo dei krizari (132).
Lovro Susic
Ministro dell'economia di Ante Pavelic (111), ``collaborò strettamente coi nazisti alla deportazione di lavoratori croati per lavori forzati in Germania, prestando servizio, in seguito, presso la sanguinaria divisione delle SS denominata Principe Eugenio'' (111).
Nel 1945 si trovava a Wolfsber, dove custodiva gran parte del tesoro ustascia, prima di affidare tale tesoro a Draganovic, Hefer, e Pecnikar (133-134). Nel 1947 si rifugiò nell'istituto di San Girolamo (111), e poi divenne uno dei comandanti delle operazioni dei krizari (134).
Dragutin Toth
Durante il conflitto il dottor Dragutin Toth fu Ministro del Commercio di Ante Pavelic, presidente della Banca Nazionale Croata e, infine, Ministro delle Finanze (111). ``Riuscì ad arrivare alla ratline di Draganovic e a raggiungere l'Argentina verso la metà del 1947'', e ciò malgrado il fatto che Londra e Washington avessero già raggiunto un accordo per consegnarlo a Tito (111).
Bozidar Kavran
``Prima della guerra [aveva fatto parte, insieme a Rover,] del movimento clandestino ustascia in Bosnia, [ed entrambi] furono coinvolti in un complotto per assassinare Re Pietro'' (146). ``In tempo di guerra fu il comandante del quartier generale ustascia'' (146).
``Dopo la fine del conflitto gli fu affidata la responsabilità della base austriaca dei krizari a Trofaiach. Lavorò direttamente agli ordini di Pavelic e Draganovic nelle operazioni terroristiche e spionistiche dei krizari'' (146). Finì imputato al "processo pilotato" del 1948 (146).
Srecko Rover
Ustascia sin da prima della guerra, i suoi camerati lo soprannominavano affettuosamente "piccolo lupo" (147). Fece parte, insieme a Kavran, di un complotto per assassinare Re Pietro (146). ``Quando nel 1941 arrivarono i nazisti, Rover entrò a far parte di una delle micidiali corti marziali itineranti di Pavelic, che giustiziavano in maniera sommaria i nemici razziali e politici degli ustascia. Dopo aver prestato servizio in questa squadra di sterminio itinerante, Rover fu inviato in Austria per essere addestrato come agente speciale e quindi promosso a prestar servizio nella guardia del corpo personale di Pavelic, un'unità di polizia repressiva simile alla Gestapo'' (146).
Divenne il contatto degli americani nei krizari: ``Dopo la guerra, Rover si unì alla moltitudine di criminali di guerra latitanti, dandosi alla macchia nella campagna italiana, e presto si arruolò nel movimento clandestino dei krizari. Alla Confraternita di San Girolamo, ottenne da Draganovic i documenti d'identità falsi che gli permisero di procurarsi dei certificati ufficiali, soprattutto quelli di residenza italiana.
Rover lavorò a stretto contatto con Draganovic, intraprendendo numerose missioni per conto dell'eminenza grigia degli ustascia, [ossia Draganovic,] e riuscendo ad arrivare, alla fine, ai vertici del comando dei krizari. All'inizio del 1946, Rover fu mandato a Trieste per lavorare nella rete spionistica di Draganovic. Contattò il colonnello Perry e stabilì stretti rapporti di lavoro con l'ufficiale dei servizi segreti americani. [...] Perry rimase impressionato dai progetti di Rover, dato che reclutò il capitano dei krizari e gli fornì documenti di viaggio e d'identità. L'americano lo inviò in Jugoslavia per creare un percorso clandestino attraverso cui si potessero far penetrare degli agenti all'interno di quel paese.
[...] Quasi ogni volta che [Rover] si trovava nei guai con le autorità occidentali, Perry veniva in suo aiuto. I reparti alleati specializzati nella caccia ai nazisti arrestarono Rover in varie occasioni, ma gli interventi di Perry ne garantivano sempre il rilascio. Il rapporto con gli americani permise anche al "piccolo lupo" di avere accesso a risorse e informazioni grazie alle quali fece rapidamente carriera tra le file dei krizari, fino a diventare, alla fine, comandante in seconda di Kavran della base di Trofaiach, in Austria.
[...] Da principio faceva il corriere e consegnava istruzioni top secret ai capi krizari. Divenne anche abile nel procurarsi e falsificare sofisticati documenti d'identità e di viaggio, permettendo a se stesso e ai suoi compagni di viaggiare liberamente persino all'interno della Jugoslavia comunista. Poi reclutò volontari per le missioni terroristiche e di spionaggio.
[...] Si recò a Roma per incontrarsi con Draganovic e riferirgli di persona i suoi ultimi successi. Cominciò presto a lavorare a stretto contatto con altri importanti membri della rete di Draganovic. [...] Fin dall'inizio del suo rapporto con Perry, sembrò che le cose andassero storte. Per esempio, la prima missione per conto dell'americano aveva condotto Rover a Rijeka e Zagabria. Questi tornò indietro senza correre rischi, ma la persona che percorse dopo di lui lo stesso itinerario venne immediatamente catturata.
[...] Quasi tutte le operazioni dei krizari in cui ci fu lo zampino di Rover si rivelarono un completo disastro. Lo stesso Pavelic arrivò a sospettare che Rover fosse un agente comunista che faceva il doppio gioco, o almeno una specie di agente provocatore. Tra i principali leader dei krizari, Rover sembra sia stato uno dei pochi a entrare più volte in Jugoslavia senza essere scoperto e arrestato dalla polizia segreta di Tito.
[...] Quando, verso la metà del 1948, furono varate le ultime disastrose operazioni, a Rover fu affidata la responsabilità di guidare i gruppi terroristici all'interno del paese. Per coincidenza, tutti gli uomini da lui portati oltre il confine furono uccisi o catturati, la maggior parte nel giro di poche ore, i dispersi entro pochi giorni. Nello stesso anno, i sopravvissuti si trovarono di fronte al tribunale di Tito a Zagabria. Sembra che Srecko Rover sia stato uno dei pochi tra i più importanti krizari a non trovarsi tra le loro fila. In seguito Rover riportò fiaschi simili anche in Australia'' (146-148).
Miha Krek
Presidente di Intermarium e amico intimo di Vajta (67). ``Capo del Partito Popolare Cattolico della Slovenia, [...] Krek lavorava per i servizi segreti inglesi'' (67,137). Lavorava in stretta collaborazione con monsignor Anton Preseren, ``assistente generale del potente ordine dei gesuiti'' (137).
L'agente statunitense William Gowen
Fu incaricato dal CIC per indagare sulla rete clandestina istituita per permettere ai nazisti di fuggire ed arrestare i criminali ricercati presenti a Roma (57). Fu tuttavia convinto da Ferenc Vajta a premere sugli USA affinché collaborassero con Intermarium (73). Vajta gli aveva anche rivelato l'appoggio del SIS ai krizari (132).
Fu l'arteficie della scelta americana di coprire i criminali in fuga. Consigliò ``all'America di chiudere un occhio sul fatto che il Vaticano proteggesse un nazista'', e cioè Vajta, giustificando la cosa ``in considerazione del contributo della Santa Sede alla causa anticomunista'' (78). Il 6 luglio 1947, Gowen ``suggerì che i servizi segreti americani assumessero il controllo dell'Intermarium'' (92).
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Le sigle
Servizi segreti americani
OSS = Office of Strategic Service
CIC = Counter Intelligence Corps (militare)
Servizi segreti inglesi
SIS = Secret Intelligence Service
SOE = Special Operations Executive (militare)
Servizi di sicurezza della Germania hitleriana
SS = Schutz Staffel (braccio armato del partito nazista)
Ge.sta.po = Geheime Staatspolizei
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Bibliografia
Ratlines
di Mark Aarons e John Loftus
edizione inglese: 1991
L'edizione da me usata è quella italiana, edita da Newton Compton nel 1993.
Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere.
di Filippo Gaja
Maquis editore, 1994.
Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo)
di Karlheinz Deschner
Rowohlt, 1991
I brani qui riportati sono stati scelti e tradotti da Andrea Martocchia.
Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato "La caccia ai criminali nazisti", 1973
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