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sabato 22 novembre 2008 10:07

Osservatorio Balcani
 

Commenti dei lettori all'articolo: Antisemitismo serbo

(61-70/83)

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Message Autore: Jebemustase Data e ora: 17.03.2005 18:18
Tiè, pooooorco ustascia!!!!!
Ante Pavelic Detto "il poglavnik" (il duce). Durante la guerra fu leader dello "Stato Croato Indipendente" ustascia, nel quale mezzo milione di serbi, ebrei e zingari furono trucidati per suo ordine personale (80). Dopo la guerra si impegnò nella costituzione del movimento dei krizari, prima di fuggire in Sudamerica. Su Ante Pavelic si confronti anche La politica dei papi nel XX secolo: ``Nato nel 1889 in Erzegovina, laureatosi in legge nel 1915'', avvocato a Zagabria successivamente. ``Il 7 gennaio 1929, un giorno dopo la proclamazione della dittatura regia di Alessandro I, Pavelic [...] ed altri ustascia fondarono la lega per la lotta nazionalrivoluzionaria. [...] Ogni membro doveva giurare ubbidienza attraverso un pronunciamento al cospetto di Dio onnipotente e di tutto ciò che è sacro.'' (Si veda anche la descrizione del giuramento fatta da padre Cecelja.) ``Il loro precursore spirituale, il politico e pubblicista Ante Starcevic, moto nel 1896, capo del Partito della Destra Croata, sosteneva la tesi che [...] "i Serbi sono lavoro per il macello", [idea che gli valse il titolo di] Padre della Patria e maggiore ideologo politico croato.'' ``Ciò che si preparava [era] una guerra santa, una guerra di religione, che ammetteva qualunque Terrore ed includeva "la Bibbia e la Bomba l'una di fianco all'altra come distintivo e mezzo di lotta". Neanche ebbe fondato il suo partito di ribelli, che Pavelic [...] con i suoi compari più prossimi si rifugiò a Vienna, poi in Bulgaria, ed infine il regime fascista italiano gli assicurò ricovero ed alimenti. Mentre un tribunale serbo lo condannava già a morte in contumacia, Mussolini metteva a disposizione della famiglia Pavelic una casa a Bologna, la quale servì poi per anni come quartier generale degli ustascia. Con l'aiuto del capo della polizia segreta Ercole Conti e del Ministro di Polizia Bocchini, il boss dei congiurati fece poi addestrare in Toscana e sulle isole Lipari gli emigranti croati ed i seguaci ustascia transfughi, per gli assassinii a venire. Egli disponeva di alcune trasmissioni di Radio Bari, pubblicava il giornale "Ustasa" in lingua croata, teneva contatti con centrali di propaganda nazional-croata a Vienna, Berlino, negli USA ed in Argentina, e rendeva noti i suoi piani gloriosi al mondo di volta in volta, attraverso l'esplosione di bombe sui treni Vienna-Belgrado, con un più rilevante tentativo -subito sedato- di rivolta nelle montagne del Velebit (1932), e con una serie di attentati particolari. Tra le prime azioni degne di nota ci furono l'eliminazione del direttore del foglio filojugoslavo zagrebino "Jedinstvo" (l'Unità), Ristovic, freddato nell'agosto 1928 in pieno giorno in un caffè di Zagabria, e l'assassinio del redattore capo del giornale di Zagabria "Novosti", Slegl, il 22 marzo 1929. Pavelic lasciò che la polizia rinchiudesse il suo più stretto collaboratore, Gustav Percec, in una prigione di Arezzo, e lì gli sparò di propria mano, dopo un interrogatorio con sevizie. Ma la sua vittima certo più eminente fu il Re di Jugoslavia Alessandro. Un primo attentato al regnante, uomo gradito in effetti a tanti croati, fu sventato nell'autunno 1933 a Zagabria dal servizio segreto jugoslavo. Tuttavia, quando un anno più tardi il monarca giunse a Marsiglia dagli alleati francesi, il 9 ottobre 1934, fu assassinato mentre era ancora nella zona del porto, assieme al Ministro degli Esteri francese Louis Barthou, da un emissario di Pavelic -subito sottoposto a linciaggio dalla folla. Di nuovo Pavelic fu condannato a morte in contumacia da Francia e Jugoslavia -ed era la seconda volta. Ebbene, i fascisti italiani, dopo una custodia preventiva, gli assegnarono una nuova residenza a Siena ed una pensione di stato di 5.000 lire al mese.'' In Ratlines troviamo che oltre agli italiani, ``prima della guerra [anche] i servizi segreti britannici mantennero stretti rapporti con la sua rete terroristica clandestina, anche dopo l'assassinio [...] del Re jugoslavo'' (80-81). Continuiamo a leggere su La Politica dei papi nel XX secolo: ``Uno scritto autografo, redatto da Pavelic nel 1936 e riguardante la causa croata, giunse al Ministero degli Esteri [tedesco] solo nell'aprile 1941, mentre erano in atto i preparativi della campagna di Jugoslavia. Il documento di 30 pagine [...] celebra Hitler come "maggiore e miglior figlio della Germania", loda la Germania hitleriana quale "potentissima combattente per il diritto vitale, la vera cultura e la più alta civiltà". [...] Il 6 aprile 1941, mentre Belgrado sottoposta al terrore incessante delle bombe tedesche cominciava a bruciare e la Dodicesima Armata del Feldmaresciallo Generale List attaccava il sud della Serbia dalla Bulgaria, Pavelic incitava le truppe croate per mezzo di un'emittente clandestina, acché puntassero le armi contro i serbi. "D'ora in poi combatteremo fianco a fianco con i nostri nuovi alleati, i Tedeschi e gli Italiani". [...] La Wehrmacht di Hitler era salutata in Slovenia e in Croazia amichevolmente ed anche con entusiasmo. Il 10 aprile, [...] mentre i tedeschi occupavano Zagabria, capitale del vecchio Banato, avveniva la proclamazione della "Croazia Indipendente", sempre in assenza di Pavelic: [...] "Dio è con i Croati! Pronti per la Patria!". [La proclamazione era stata] firmata dall'ex-[...] colonnello Slavko Kvaternik, rappresentante del poglavnik e Comandante Supremo delle Forze Armate [...]. Il poglavnik fece tenere ancora una parata alla sua truppa di circa 300 uomini, lo stesso 10 aprile a Pistoia; la sera fu convocato a Roma da Mussolini; l'11 aprile assicurò a Hitler gratitudine e sottomissione con un telegramma; durante la notte del 13 oltrepassò il confine jugoslavo presso Fiume, giunse a Zagabria nella notte del 15, ed il 17 nominò il suo primo Gabinetto. Era adesso Capo dello Stato, del Governo e del Partito, nonché Comandante in Capo delle truppe, e governava da dittatore -certo con sudditanza rispetto ai suoi grandi alleati, dai cui regimi copiò ampiamente- alla testa di 3 milioni di Croati cattolici, 2 milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci e parecchi altri gruppi etnici minori, tra i quali 40.000 Ebrei. Il 18 aprile l'esercito jugoslavo capitolava senza condizioni. La Serbia fu sottoposta all'occupazione militare tedesca, e quasi due quinti del Regno di Jugoslavia andarono a formare lo Stato Indipendente di Croazia, che si componeva del nucleo di Croazia e Slavonia insieme alla Sirmia, a tutta la Bosnia (fino alla Drina) e all'Erzegovina, con una parte del litorale dalmatino; in tutto quasi 102.000 km quadrati. Però nel maggio seguente Pavelic regalò in tutti i modi quasi la metà della Jugoslavia ai paesi limitrofi: nel Nord ai Tedeschi, per cui i confini del Reich arrivavano a soli 20 km da Zagabria, nel Nordest all'Ungheria, nel sud alla Bulgaria e all'Albania, ed infine il Sudovest, l'Ovest (dove la popolazione croata era la stragrande maggioranza) ed il Nordovest all'Italia. Qui giunse Pavelic il 7 maggio con ministri e membri del clero, tra i quali il vicario generale dell'arcivescovo Stepinàc, vescovo di Salis-Sewis, ed offrì al Re Vittorio Emanuele III la cosiddetta corona di Zvonimiro (ultimo re indipendente della Croazia nell'XI secolo), destinata al meno significativo Conte Aimone di Spoleto, il quale in effetti non venne mai incoronato, non apparve mai nel suo regno, e tuttavia parlò in Vaticano già il 17 maggio quale re designato della Croazia (con l'appellativo di Tomislao II). E lì, in Vaticano, il giorno seguente si presentò il poglavnik, colui il quale era stato ripetutamente condannato a morte a causa di svariati omicidi, accompagnato da una delegazione numerosa -Pavelic "circondato dai suoi banditi", annotava lo stesso Ministro degli Esteri Ciano nel suo diario solo poche settimane prima. Le concessioni territoriali del poglavnik all'Italia, che laggiù conduceva con brutalità la sua politica del "mare nostro", causarono sconforto in tutta la Croazia, come riferì il 21 maggio il generale Glaise von Horstenau. "Dovunque si vada si ascoltano minacce contro gli Italiani". Eppure la stampa cattolica del paese era molto commossa per l'attenzione e la cordialità di papa Pio XII, che salutò Pavelic ed i suoi gangsters durante un'udienza privata particolarmente festosa -un grande ricevimento- e si accomiatò da loro in modo amichevole, con i migliori auguri di buon proseguimento.'' Anche Ratlines si sofferma sui rapporti fra il poglavnik e la Chiesa: ``Le atrocità erano già in corso nel momento stesso in cui Pio XII ricevette il poglavnik in un'udienza privata alla fine di aprile 1941'' (80). ``Pio XII e i suoi consiglieri più anziani nutrivano opinioni estremamente benevole nei confronti del suo cattolicesimo militante. Durante la guerra Pavelic aveva convertito con la forza decine di migliaia di ortodossi serbi sotto la minaccia della pena capitale'' (80). In virtù di ciò ``agli occhi del Vaticano Pavelic rappresentava un militante cattolico, un uomo che ha peccato, ma che l'ha fatto per lottare a favore del cattolicesimo'' (92). Il papa riceveva regolarmente gli emissari di Pavelic, ai quali forniva ogni volta ``delle assicurazioni relative al fatto che il Santo Padre avrebbe aiutato la Croazia cattolica'' (82-83). A Branko Bokun, giovane jugoslavo che tentò di segnalare alle autorità vaticane i misfatti del regime croato, non fu invece accordata l'udienza richiesta. ``Bokun era stato mandato a Roma da uno dei capi dei servizi segreti jugoslavi a chiedere l'intervento del Vaticano per fermare il massacro in Croazia. [Egli era] armato di un voluminoso fascio di documenti, di resoconti e di testimoni oculari, e persino di fotografie dei massacri. [...] Voleva consegnare il suo incartamento a monsignor Giovanni Montini, sottosegretario di Stato per gli Affari Correnti, ma non riuscì a ottenere udienza'' (81-82). ``A Bokun venne semplicemente detto che le atrocità descritte nell'incartamento erano opera dei comunisti, ma che erano state attribuite in mala fede ai cattolici'' (82). ``Allo stato di Pavelic fu negato il riconoscimento ufficiale da parte del Vaticano'' (82), ma ``quando Pavelic chiese un'altra udienza con il Santo Padre nel maggio del 1943, il Segretario di Stato Maglione gli assicurò che non c'erano difficoltà connesse con la visita del poglavnik al Santo Padre, se non per il fatto che non lo si sarebbe potuto ricevere come un Capo di Stato. Lo stesso Pio XII promise di dare nuovamente a Pavelic la sua benedizione personale, [malgrado il fatto che] in quel periodo la Santa Sede possedesse già abbondanti prove delle atrocità commesse dal suo regime'' (82). Pavelic amava vantarsi dei suoi crimini, e si dice che esibiva sul suo tavolo una grossa coppa contenente ``circa venti chili di occhi di serbi inviatigli dai suoi fedeli ustascia'' (83). Al termine della guerra Pavelic scomparve (83). ``Mentre i suoi uomini combattevano ancora, il poglavnik era scappato con il suo seguito di comprimari, tra cui circa 500 padri cattolici, a capo dei quali erano il vescovo di Banja Luka, Jozo Gavic, e l'arcivescovo di Sarajevo, Ivan Saric (morto poi a Madrid nel 1960). Fu accolto nel convento di San Gilgen, presso Salisburgo, insieme a quintali d'oro rubato'' (da La politica dei papi). Nel maggio 1945, Pavelic fu arrestato dagli agenti del SIS (133). Più che di un arresto, bisogna parlare però di una protezione. Infatti fu proprio il SIS ad aiutarlo a fuggire (129), nascondendolo ``a Klagenfurt, dove possedeva un appartamento e una villa'' (86). Il vescovo di Klagenfurt era un membro dell'Intermarium (136). Klagenfurt si trovava nella zona occupata dagli inglesi. ``Nel luglio del 1945 l'ambasciatore jugoslavo a Londra disse agli inglesi che Pavelic [...] era stato fatto prigioniero a Celovac (Klagenfurt) da truppe inglesi. Il Foreign Office si mostrò inflessibile nel sostenere che Pavelic non era mai stato in mano loro'' (83). Anche i ``serbi cetnici sostenevano che Pavelic era travestito da monaco in un monastero a Klagenfurt'' (84). Londra negava, ma secondo rapporti statunitensi del 1947 gli ``alleati inglesi avevano sempre mentito. [...] Il servizio segreto jugoslavo aveva sempre avuto ragione. Secondo fonti attendibili, Pavelic era davvero riuscito a superare la frontiera austriaca e a raggiungere i confini inglesi, dove venne protetto dagli inglesi, nei settori sorvegliati e requisiti dagli inglesi, per un periodo di due settimane, [...] restò nella zona di occupazione inglese per almeno due o tre mesi, rimanendo in contatto con il SIS'' (86). ``Nell'aprile del 1946, Pavelic lasciò l'Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente di nome Dochsen. Entrambi gli uomini erano vestiti da preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli 3. Il compagno di viaggio di Pavelic era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik'' (86). ``Subito dopo essere arrivato [...] a Roma, il poglavnik [...] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa'', dove aveva spesso l'occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini'' (87). ``Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelic alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno'' (87). ``Pavelic aveva ottenuto un passaporto spagnolo sotto il nome di Don Pedro Gonner, in previsione della sua fuga definitiva, probabilmente alla volta della Spagna o del Sudamerica'' (87). ``I gesuiti furono tra gli ecclesiastici che maggiormente l'aiutarono e appoggiarono i suoi piani per lasciare l'Italia organizzando il suo viaggio verso la Spagna sotto il falso nome di padre Gomez'' (89). ``Tuttavia, verso la metà del 1946 Pavelic temette di trovarsi troppo strettamente sotto controllo e [...] ritornò in Austria'' (87), e ritornò nuovamente a Roma alla fine dell'anno. Sin dal momento in cui era fuggito, il poglavnik era rimasto in stretto contatto con padre Draganovic, segretario della Confraternita di San Girolamo dei Croati a Roma (88,94), il quale ``sin dal mese di agosto del 1943 [...] si era trovato a Roma a negoziare per Pavelic in Vaticano'' (98). L'agente segreto del CIC Robert Mudd, nel febbraio 1947, scrisse il seguente rapporto sull'istituto di San Girolamo: ``Per poter entrare in questo monastero, bisogna sottoporsi ad una perquisizione personale per verificare se si è in possesso di armi o di documenti, si deve rispondere a domande sulla propria provenienza, sulla propria identità, su chi si conosce, su quale sia lo scopo della propria visita e come si sia venuti a sapere della presenza di croati all'interno del monastero. Tutte le porte che mettono in comunicazione stanze diverse sono chiuse e quelle che non lo sono hanno di fronte una guardia armata e c'è bisogno di una parola d'ordine per andare da una stanza all'altra. Tutta la zona è sorvegliata da giovani ustascia armati in abiti civili e ci si scambia continuamente il saluto ustascia'' (110). ``In un'intervista registrata, Simcic ammise l'esistenza, all'epoca, di una strettissima sorveglianza all'interno dell'istituto [...] necessaria a causa della minaccia, sempre presente, di attacco da parte dei comunisti'' (110). Il motivo di tante precauzioni era molto semplice. Fra l'Istituto di San Girolamo e ``quella che si riteneva fosse una delle biblioteche vaticane, in via Giacomo Venezian 17-C'' si trovavano nel 1947 numerosi ustascia ricercati. Si trattava del poglavnik Ante Pavelic e di membri del suo governo (111): Ivan Devcic, tenente colonnello Vjekoslav Vrancic, vice ministro Dragutin Toth, ministro Lovro Susic, ministro Mile Starcevic, ministro Dragutin Rupcic, generale Vilko Pecnikar, generale Josip Markovic, ministro Vladimir Kren, generale Alcuni di questi assassini risiedevano in Vaticano: ``Gli ustascia che risiedevano in Vaticano facevano la spola tra i loro alloggi e la Confraternita [andando] avanti e indietro dal Vaticano varie volte la settimana, a bordo di un'automobile con autista la cui targa recava le iniziali CD, Corpo Diplomatico. [...] A causa dell'immunità diplomatica, era impossibile fermare l'automobile'' (113). La realtà è che ``il Vaticano stava nascondendo il poglavnik, con la connivenza del SIS'' (132). Ovviamente, ``il SIS non aveva aiutato il Vaticano a salvare Ante Pavelic per malintesi concetti di benevolenza e carità. Voleva molto in cambio. Voleva degli agenti per infiltrarsi nella Jugoslavia comunista, per ottenere informazioni segrete e per colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti, soprattutto gli agenti della temuta polizia segreta'' (129). Fu solo 18 mesi dopo la scomparsa di Pavelic che gli inglesi ufficialmente "scoprirono" che costui si trovava in Vaticano. A quel punto scaricarono la responsabilità dichiarando che era fuori dalla loro giurisdizione (85). All'inizio del 1947 Pavelic si trovava ``in un complesso extraterritoriale cinto da mura [che] si trova in cima al colle Aventino [e] che secondo l'opinione generale è crivellato di tunnel sotterranei che uniscono tra loro i singoli edifici.'' Tale complesso ospita varie organizzazioni della Chiesa, fra cui il Monastero di Santa Sabina, nel quale l'agente americano Gowen riteneva a quei tempi che avesse trovato ospitalità il poglavnik, e l'Ordine Militare Sovrano dei Cavalieri di Malta (87-88). Secondo l'autore de Il Secolo Corto, l'Ordine di Malta aveva anch'esso una sua rete per la fuga dei criminali di guerra. Ne faceva parte William J. Casey, che divenne capo della CIA negli anni ottanta. Gli ustascia godevano di ottimi contatti con la polizia italiana (89). Un'altra delle loro basi si trovava in Via Cavour 210 (88). In agosto Pavelic ``si nascondeva come ex-generale ungherese sotto il nome di Giuseppe [...] e viveva in una proprietà della Chiesa sotto la protezione del Vaticano, a Via Giacomo Venezian, [...] insieme al famoso terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff (sic) e ad altre due persone. Nell'edificio vivevano circa altri dodici uomini. Erano tutti ustascia e costituivano la guardia del corpo di Pavelic. Quando Pavelic usciva, si serviva di un'automobile con la targa del Vaticano (SCV)'' (90-91). ``Andava regolarmente in giro a bordo delle auto ufficiali vaticane che, recando le speciali targhe dei corpi diplomatici, non potevano essere fermate dalle autorità occidentali, neppure quando Pavelic lasciava il territorio vaticano'' (91). I servizi segreti inglesi e americani conoscevano i movimenti di Pavelic ed avevano ricevuto l'ordine di arrestarlo. Tuttavia, dopo un continuo scarica-barile fra i due servizi segreti, l'operazione fu ``lasciata morire'' (89-91). ``La posizione degli inglesi era cinica e disonesta; mentre il SIS proteggeva Pavelic, il Foreign Office protestava perché gli Stati Uniti si sforzavano di sabotare il piano per arrestare il poglavnik'' (89). ``Il motivo [...] era davvero molto semplice. Gli alti ufficiali statunitensi stavano formando, all'epoca, la loro rete di ex-nazisti, e cominciavano a coordinare le proprie attività con quelle del Vaticano e di Londra'' (92). Alla fine Pavelic riparò in Argentina: ``salpò dall'Italia il 13 settembre del 1947, viaggiando a bordo del piroscafo italiano Sestriere sotto il nome di Pablo Aranyos, un presunto profugo ungherese, e giunse a Buenos Aires il 16 novembre'' (95). ``Pavelic si servì dei suoi contatti molto influenti all'interno dei servizi segreti italiani per attuare il suo piano di fuga'' (96). ``Padre Draganovic [...] fornì il passaporto della Croce Rossa di cui si servì Pavelic e organizzò i dettagli del viaggio in nave'' (95). Sembra addirittura che Draganovic ``accompagnò personalmente il criminale di guerra a Buenos Aires, dove rimase con lui per dodici mesi'' (95). Secondo un'altra versione dei fatti, tuttavia, la persona che accompagnò l'ex-poglavnik era ``un altro sacerdote croato, un certo padre Jole, che era in realtà padre Josip Bujanovic'' (95). Quando ``riapparve in Argentina, [...] il dittatore Juan Perón lo assunse come consulente per la sicurezza'' (95). ``Un certo Daniel Crljen [mandato in Argentina da Draganovic per trovare una sistemazione a Pavelic] era giunto in aereo a Buenos Aires, grazie all'assistenza del Vaticano, per conferire con il generale Perón a proposito dell'organizzazione in Argentina di un movimento ustascia chiamato "Élite". Crljen era uno dei principali ideologi e propagandisti del movimento, dato che durante la guerra aveva incitato al massacro dei Serbi. La missione di Crljen ebbe certamente successo; l'arrivo di Pavelic servì solamente a completare il trasferimento in Argentina di quasi tutto il suo governo. Tra i veterani che l'attendevano per dargli il benvenuto c'erano quasi tutti i ministri del gabinetto sopravvissuti, come pure molti funzionari municipali, capi militari e della polizia. Erano per la maggior parte criminali di guerra ricercati'' (96). Per il seguito della storia di Pavelic, leggiamo La Storia dei Papi del XX secolo: ``Dopo la caduta di Perón, Pavelic sfuggì nel 1957 ad un attentato così come riuscì a sottrarsi alla polizia argentina; di nuovo finì in un convento, stavolta presso i Francescani di Madrid, e morì settantenne (alla fine del 1959) nell'ospedale tedesco (sic!) della capitale spagnola.'' Vladimir Kren Durante la guerra fu generale e comandante in capo dell'aviazione dello "Stato Croato Indipendente": ``il generale Vladimir Kren, l'ex-ufficiale dell'aviazione jugoslava che, nell'aprile del 1941, aveva organizzato il passaggio ai tedeschi di molti dei suoi militari, era stato ricompensato con la carica di comandante dell'aviazione di Pavelic'' (118). Vladimir Kren fu uno dei pochi amici di Pavelic che fu preso: Nell'indagare sulla presenza di criminali croati a San Girolamo, l'agente americano ``Gowen organizzò un audace furto con scasso nell'ufficio di Draganovic. [...] Uno dei documenti più importanti era una lista di nomi di croati che venivano nutriti, vestiti, alloggiati e provvisti di ogni altra cosa nel monastero di San Girolamo. [...] In tale elenco erano inclusi anche i nomi di diversi criminali di guerra jugoslavi ricercati da tempo, dei quali Draganovic aveva continuamente negato la presenza: [...] almeno una ventina delle persone alloggiate all'interno dell'istituto si trovavano nelle liste nere occidentali'' (112-113). In questo modo, i servizi occidentali avevano saputo che ``un gruppo di criminali di guerra ricercati [...] si era imbarcato sulla "Philippa" il 4 marzo 1947'' e che fra loro si trovava Vladimir Kren, che viaggiava sotto il falso nome di Marko Rubini (118-119). Kren fu arrestato dal maggiore Clissold, della British Special Screening Mission, la squadra alla ricerca dei nazisti. ``Questa fu una delle pochissime occasioni in cui lo spionaggio occidentale trionfò. [...] Qualche settimana più tardi, gli inglesi prepararono un'imboscata nello stesso istituto di San Girolamo, arrestando circa un centinaio di uomini che stavano andandosene al termine di un incontro'' (118). Alla fine, Kren fu consegnato al governo jugoslavo (118). Vjekoslav Vrancic Fu sottosegretario del Ministero degli Interni di Ante Pavelic. ``Tale ministero [...] era direttamente responsabile dei campi di concentramento nonché dell'apparato poliziesco particolarmente repressivo'' (112). Divenne poi il contatto radio in Austria per le missioni dei krizari (133). Nel 1947, ``Vrancic doveva essere consegnato agli jugoslavi ma, tre giorni dopo questa decisione, egli sfuggì misteriosamente alla custodia degli inglesi. Riuscì quindi a mettersi al sicuro all'interno della Confraternita di San Girolamo, prima che padre Draganovic lo facesse espatriare attraverso la sua ratline. Nel novembre del 1947 [arrivò] in Argentina sotto il nome di Ivo Rajicevic; in quel paese Vrancic divenne una figura di primo piano nella rinascita dell'apparato terroristico ustascia'' (112). Vilko Pecnikar Genero di Ante Pavelic (134), Pecnikar era un ``veterano del movimento e organizzatore dei gruppi terroristici di Pavelic prima della guerra. Durante il conflitto raggiunse il grado di generale nella guardia del corpo personale di Pavelic e fu capo anche della brutale gendarmeria che operava in stretta collaborazione con la Gestapo'' (112). Dopo la fine del conflitto ``Draganovic e Pecnikar lavorarono a stretto contatto per riorganizzare il movimento ustascia'' (112) ed entrambi gestirono insieme il tesoro degli ustascia (134). ``Manteneva contatti con diverse organizzazioni naziste clandestine e gestiva un sofisticato servizio segreto che collegava i gruppi italiani con quelli austriaci'' (134). Ivo Omrcanin Durante il breve periodo di vita della Croazia Indipendente, fu ``un funzionario del Ministero degli Esteri ustascia'' (127). Successivamente, ``Lavorò a stretto contatto con Draganovic per dare una mano nelle vicende relative all'emigrazione dei profughi croati. [...] Lavorò direttamente sotto la guida di Draganovic nel Pontificio Comitato Croato di Assistenza tra il 1948 e il 1953, girando per i campi di profughi e inviando migliaia di fuggiaschi attraverso la ratline. [...] Si vanta anche di aver inviato attraverso la ratline 30.000 persone, tra cui molti scienziati e tecnici tedeschi'' (127). ``Omrcanin [....] vive oggi a Washington, da dove pubblica una serie di trattati di propaganda pro-ustascia'' (127). Ljubo Milos ``Fu un alto ufficiale nel campo di concentramento di Jasenovac. Uno dei suoi atti esemplari fu l'uccisione rituale degli ebrei. Dopo l'arrivo al campo di un mezzo di trasporto, Milos indossava un camice da medico, ordinava alla guardia di portargli tutti coloro che avevano richiesto un ospedale, li conduceva all'ambulanza, li metteva lungo il muro e, con un colpo di coltello, tagliava la gola delle vittime, spezzava loro le costole e le sventrava. Milos diresse anche altri brutali metodi di sterminio. Prigionieri nudi venivano gettati vivi nella fornace accesa della fabbrica di mattoni annessa al campo, mentre altri venivano percossi a morte con mazze e martelli. Decisamente, Milos non era un innocente patriota croato che si era limitato a prestar servizio nel governo di Pavelic per senso del dovere nei confronti della propria nazione. Era un volgare e sadico assassino, colpevole proprio di quel tipo di crimini che Draganovic riteneva meritassero una punizione. Eppure Draganovic estese anche a lui la sua carità cristiana.'' (120). Il prete croato, infatti, fece fuggire Milos, e gli diede anche molti soldi (120). Milos scampò ``all'arresto da parte degli alleati proprio grazie a padre Draganovic, nonostante i suoi sanguinosi precedenti'' (132). ``Milos viveva in un campo italiano e stavano per arrestarlo. Draganovic fu avvertito segretamente da qualche agente dei servizi segreti inglesi e usò la sua sofisticata organizzazione per far sparire Milos, portandolo in salvo'' (121). In seguito fu catturato in Jugoslavia nel corso di una missione terroristica (121): nel 1948 figurò come imputato al processo dei krizari (132). Lovro Susic Ministro dell'economia di Ante Pavelic (111), ``collaborò strettamente coi nazisti alla deportazione di lavoratori croati per lavori forzati in Germania, prestando servizio, in seguito, presso la sanguinaria divisione delle SS denominata Principe Eugenio'' (111). Nel 1945 si trovava a Wolfsber, dove custodiva gran parte del tesoro ustascia, prima di affidare tale tesoro a Draganovic, Hefer, e Pecnikar (133-134). Nel 1947 si rifugiò nell'istituto di San Girolamo (111), e poi divenne uno dei comandanti delle operazioni dei krizari (134). Dragutin Toth Durante il conflitto il dottor Dragutin Toth fu Ministro del Commercio di Ante Pavelic, presidente della Banca Nazionale Croata e, infine, Ministro delle Finanze (111). ``Riuscì ad arrivare alla ratline di Draganovic e a raggiungere l'Argentina verso la metà del 1947'', e ciò malgrado il fatto che Londra e Washington avessero già raggiunto un accordo per consegnarlo a Tito (111). Bozidar Kavran ``Prima della guerra [aveva fatto parte, insieme a Rover,] del movimento clandestino ustascia in Bosnia, [ed entrambi] furono coinvolti in un complotto per assassinare Re Pietro'' (146). ``In tempo di guerra fu il comandante del quartier generale ustascia'' (146). ``Dopo la fine del conflitto gli fu affidata la responsabilità della base austriaca dei krizari a Trofaiach. Lavorò direttamente agli ordini di Pavelic e Draganovic nelle operazioni terroristiche e spionistiche dei krizari'' (146). Finì imputato al "processo pilotato" del 1948 (146). Srecko Rover Ustascia sin da prima della guerra, i suoi camerati lo soprannominavano affettuosamente "piccolo lupo" (147). Fece parte, insieme a Kavran, di un complotto per assassinare Re Pietro (146). ``Quando nel 1941 arrivarono i nazisti, Rover entrò a far parte di una delle micidiali corti marziali itineranti di Pavelic, che giustiziavano in maniera sommaria i nemici razziali e politici degli ustascia. Dopo aver prestato servizio in questa squadra di sterminio itinerante, Rover fu inviato in Austria per essere addestrato come agente speciale e quindi promosso a prestar servizio nella guardia del corpo personale di Pavelic, un'unità di polizia repressiva simile alla Gestapo'' (146). Divenne il contatto degli americani nei krizari: ``Dopo la guerra, Rover si unì alla moltitudine di criminali di guerra latitanti, dandosi alla macchia nella campagna italiana, e presto si arruolò nel movimento clandestino dei krizari. Alla Confraternita di San Girolamo, ottenne da Draganovic i documenti d'identità falsi che gli permisero di procurarsi dei certificati ufficiali, soprattutto quelli di residenza italiana. Rover lavorò a stretto contatto con Draganovic, intraprendendo numerose missioni per conto dell'eminenza grigia degli ustascia, [ossia Draganovic,] e riuscendo ad arrivare, alla fine, ai vertici del comando dei krizari. All'inizio del 1946, Rover fu mandato a Trieste per lavorare nella rete spionistica di Draganovic. Contattò il colonnello Perry e stabilì stretti rapporti di lavoro con l'ufficiale dei servizi segreti americani. [...] Perry rimase impressionato dai progetti di Rover, dato che reclutò il capitano dei krizari e gli fornì documenti di viaggio e d'identità. L'americano lo inviò in Jugoslavia per creare un percorso clandestino attraverso cui si potessero far penetrare degli agenti all'interno di quel paese. [...] Quasi ogni volta che [Rover] si trovava nei guai con le autorità occidentali, Perry veniva in suo aiuto. I reparti alleati specializzati nella caccia ai nazisti arrestarono Rover in varie occasioni, ma gli interventi di Perry ne garantivano sempre il rilascio. Il rapporto con gli americani permise anche al "piccolo lupo" di avere accesso a risorse e informazioni grazie alle quali fece rapidamente carriera tra le file dei krizari, fino a diventare, alla fine, comandante in seconda di Kavran della base di Trofaiach, in Austria. [...] Da principio faceva il corriere e consegnava istruzioni top secret ai capi krizari. Divenne anche abile nel procurarsi e falsificare sofisticati documenti d'identità e di viaggio, permettendo a se stesso e ai suoi compagni di viaggiare liberamente persino all'interno della Jugoslavia comunista. Poi reclutò volontari per le missioni terroristiche e di spionaggio. [...] Si recò a Roma per incontrarsi con Draganovic e riferirgli di persona i suoi ultimi successi. Cominciò presto a lavorare a stretto contatto con altri importanti membri della rete di Draganovic. [...] Fin dall'inizio del suo rapporto con Perry, sembrò che le cose andassero storte. Per esempio, la prima missione per conto dell'americano aveva condotto Rover a Rijeka e Zagabria. Questi tornò indietro senza correre rischi, ma la persona che percorse dopo di lui lo stesso itinerario venne immediatamente catturata. [...] Quasi tutte le operazioni dei krizari in cui ci fu lo zampino di Rover si rivelarono un completo disastro. Lo stesso Pavelic arrivò a sospettare che Rover fosse un agente comunista che faceva il doppio gioco, o almeno una specie di agente provocatore. Tra i principali leader dei krizari, Rover sembra sia stato uno dei pochi a entrare più volte in Jugoslavia senza essere scoperto e arrestato dalla polizia segreta di Tito. [...] Quando, verso la metà del 1948, furono varate le ultime disastrose operazioni, a Rover fu affidata la responsabilità di guidare i gruppi terroristici all'interno del paese. Per coincidenza, tutti gli uomini da lui portati oltre il confine furono uccisi o catturati, la maggior parte nel giro di poche ore, i dispersi entro pochi giorni. Nello stesso anno, i sopravvissuti si trovarono di fronte al tribunale di Tito a Zagabria. Sembra che Srecko Rover sia stato uno dei pochi tra i più importanti krizari a non trovarsi tra le loro fila. In seguito Rover riportò fiaschi simili anche in Australia'' (146-148). Miha Krek Presidente di Intermarium e amico intimo di Vajta (67). ``Capo del Partito Popolare Cattolico della Slovenia, [...] Krek lavorava per i servizi segreti inglesi'' (67,137). Lavorava in stretta collaborazione con monsignor Anton Preseren, ``assistente generale del potente ordine dei gesuiti'' (137). L'agente statunitense William Gowen Fu incaricato dal CIC per indagare sulla rete clandestina istituita per permettere ai nazisti di fuggire ed arrestare i criminali ricercati presenti a Roma (57). Fu tuttavia convinto da Ferenc Vajta a premere sugli USA affinché collaborassero con Intermarium (73). Vajta gli aveva anche rivelato l'appoggio del SIS ai krizari (132). Fu l'arteficie della scelta americana di coprire i criminali in fuga. Consigliò ``all'America di chiudere un occhio sul fatto che il Vaticano proteggesse un nazista'', e cioè Vajta, giustificando la cosa ``in considerazione del contributo della Santa Sede alla causa anticomunista'' (78). Il 6 luglio 1947, Gowen ``suggerì che i servizi segreti americani assumessero il controllo dell'Intermarium'' (92). -------------------------------------------------------------------------------- Le sigle Servizi segreti americani OSS = Office of Strategic Service CIC = Counter Intelligence Corps (militare) Servizi segreti inglesi SIS = Secret Intelligence Service SOE = Special Operations Executive (militare) Servizi di sicurezza della Germania hitleriana SS = Schutz Staffel (braccio armato del partito nazista) Ge.sta.po = Geheime Staatspolizei -------------------------------------------------------------------------------- Bibliografia Ratlines di Mark Aarons e John Loftus edizione inglese: 1991 L'edizione da me usata è quella italiana, edita da Newton Compton nel 1993. Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere. di Filippo Gaja Maquis editore, 1994. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo) di Karlheinz Deschner Rowohlt, 1991 I brani qui riportati sono stati scelti e tradotti da Andrea Martocchia. Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato "La caccia ai criminali nazisti", 1973 -------
 
Message Autore: Casimiro Data e ora: 17.03.2005 17:49
pardon!
ho inviato ad un altro articolo! Riposto quindi: Qualcuno, IN QUANTO SERBO, non vuole che si "sputi" sui cetnici. La loro riabilitazione in Serbia infatti è spudorata. Non meraviglia quindi tanta stupita indignazione. Per fare un paragone è come se in Italia la resistenza fosse attribuita non ai partigiani ma ai ...fascisti! (ci stanno provando però, vedi la famigerata "fiction" sulle foibe) Io invece, in quanto Italiano, sputo sui nostri fascisti per tutto ciò che hanno fatto. Grazie al mentore che ha dato loro la Mondadori, ci provano anch'essi a riscrivere la storia. Come quel Ajmone Finestra, che ho malauguratamente citato. In poche righe ha accumulato due immense falsificazioni: oltre a dire il falso su un paradossale "collaborazionismo" di Tito coi nazifascisti, a giustificazione della disfatta italiano-cetnica nella Weiss 2, della quale ho scritto, arriva ad addebitare ai partigiani la distruzione della divisione Murge nel passo citato: "...Per lo sfondamento lo stato maggiore partigiano scelse il settore presidiato e difeso dai fanti della divisione « Murge ». Piegata la debole resistenza del presidio di Prosor, tenuto dal III battaglione della divisione, le formazioni partigiane puntarono su Jablanica, piccolo centro protetto sulla destra dal fiume Neretva e da militari italiani e cetnici ben armati e fortificati. La guarnigione italiana attese l'attacco sistemata a difesa nei punti strategici dell'abitato. La resistenza era imperniata su di un'ampia costruzione a forma di castello posta in un pianoro nei pressi della Neretva. Questa fortificazione, sebbene fosse munita di feritoie, si prestava, per la sua posizione scoperta, a divenire facile bersaglio ai tiri incrociati degli attaccanti. La posizione, circondata e assaltata con impeto dai reparti proletari comunisti, dopo breve combattimento capitolò. ...Nelle vicinanze di Dreinica, sulla strada Mostar-Jablanica, il I battaglione del 260" reggimento della «Murge», inviato di rinforzo, fu massacrato in un agguato. A loro volta i cetnici, arroccati sulla riva del fiume Narenta (Neretva), a sbarramento della via della ritirata alle colonne comuniste, furono sloggiati dai loro apprestamenti difensivi dal fuoco micidiale dei partigiani..." Fortunatamente esistono ancora Italiani onesti, come quel Gino Bambara, allora ufficiale in Jugoslavia, che ha scritto NON SOLO ARMISTIZIO. Sulla fine della Murge, alla quale peraltro apparteneva, ecco cosa scrive: settembre '43 pag.121 op.cit. "Immeritata fine della "Murge" A Fiume si diffuse subito la notizia che era arrivata una divisione "badogliana", come si diceva allora per esprimere in forma sintetica l'atteggiamento di ostilità verso i tedeschi, tanto che il giorno stesso, il 14, questi effettuarono azioni aeree di bombardamento e mitragliamento. Dei reparti appena giunti alcuni vennero accantonati, altri rimasero ammassati tra i giardini pubblici e il viale della stazione ferroviaria; il Quartier generale prese posto nel Liceo classico. Si rimase in attesa di ordini per schierarci sui rilievi circostanti. Intanto si intaccavano le razioni dì riserva e si mangiava quanto veniva offerto dalla popolazione. Fu commovente l'assistenza dei fiumani alle nostre truppe: era un via vai di donne che recavano cibo cotto, quel poco di cui potevano disporre, donato con affetto ai soldati, a quelli che ritenevano i "loro" soldati. Il pomeriggio mi trovavo in visita da un'amica durante una pausa del servizio, quando, verso le 16, avvertii un rombo crescente: erano i carri armati "Tigre" tedeschi giunti per bloccare l'unità italiana considerata ostile. Vidi che, nel frattempo, avevano preso posizione nei crocicchi le "camicie nere" con le mitragliatrici puntate verso la zona ove stazionava la Murge. La divisione, sorpresa in crisi di schieramento, venne catturata; gli ufficiali furono concentrati nella caserma Savoia, i soldati in altri edifici militari. Gli incaricati del comando tedesco e della federazione fascista subito ricostituita proposero loro di rientrare in Jugoslavia per combattere contro i partigiani o almeno per collaborare con i tedeschi in altra forma. Dopo qualche esitazione, quasi tutti rifiutarono. Commenta il generale Quarra Sito: «L'immeritata sorte che è toccata, suo malgrado, alla divisione riempie i cuori di tutti di amarezza: riaffiora il fondato dubbio che fra l'ecc. Gambara e le autorità tedesche siano intervenute intese precedenti; un senso di disorientamento e di vivo risentimento è negli animi di tutti i componenti della Murge che in blocco compatto aveva per più giorni marciato fra insidie e pericoli animata da intento di servire in perfetta lealtà gli ordini del suo Re»(`1. Nel frattempo, il 17 settembre, le kune in possesso dei militari appartenenti alla divisione Murge erano state scambiate in lire (complessivamente 129.722 kune pari a lire 94.267: una somma ingente a quel tempo). I conti si chiusero in ordine, insomma, sia a Fiume che ad Ancona. (Doc. n. 24). Il 30 settembre gli ufficiali furono condotti al porto e imbarcati sull'Eridania. Dopo due giorni di navigazione, giunsero a Venezia verso le 17 del 2 ottobre; qui vennero caricati su carri bestiame e inviati ai campi di concentramento della Germania e della Polonia. Uguale sorte toccò ai soldati: trasferiti a Trieste, partirono in vagoni bestiame e pervennero a destinazione dopo cinque giorni. Li attendeva il Lager Stal. III/A Luckenwalde del 111 Wéhrkreis di Berlino, centro di smistamento per altri campi. Pochi riuscirono a mettersi in salvo, tra cui l'autore di questo libro per l'ospitalità che gli diede a Fiume quella persona amica(18). 17) E. Quarra Sito, Cronístoria degli avvenimenti, cit. 18) C. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Iugoslavia, Mursia, Milano, 1988, cap. XXV; ib., Iugoslavia settebandiere, Vannini, Brescia, 1988, parte V, cap. XII; A. Bistarelli, La resistenza, cit., cap. 1, Un caso particolare: il caso Murge. ..."
 
Message Autore: basta! Data e ora: 17.03.2005 12:15
basta!
dosta ste, bre, vise pljuvali po Srbima, kako mrtvima, tako i zivima. dosta!
 
Message Autore: Anonimo 1 Data e ora: 16.03.2005 12:56
lecchista studia la storia
Durante la seconda guerra mondiale i collaborazionisti c’erano da tutte le parti e anche in Europa. Vedi Francia. Ci furono perfino ebrei collaborazionisti. Vedi Ezra Pound. Quello serbo fu tra i più feroci. Come tra i più rilevanti e forti movimenti partigiani fu quello Jugoslavo. Anche tra gli albanesi il collaborazionismo fu forte (in quanto videro finalmente realizzato il sogno della unificazione dei territori albanesi) ma a differenza di quello serbo IMPOSE a fascisti e nazisti la NON DEPORTAZIONE degli ebrei. Non un solo ebreo fu deportato dagli albanesi. L’Albania fu una sorte di salvezza per tutti gli ebrei balcanici e non solo. Perfino Einstein per raggiungere gli Stati Uniti si servi di un passaporto albanese e uso l’Albania come paese di transito.
 
Message Autore: Casimiro Data e ora: 16.03.2005 12:40
allora Nedic Ljotic Mihajlovic ecc.ecc.?
clear sei in crisi? e queste sarebbero le tue obbiezioni? Il rispetto dei morti serbi? E' come dire che siccome i Tedeschi in Italia hanno effettuato stragi...la RSI non è mai esistita! "per rispetto ai morti"! A Kragujevac le vittime civili erano state rastrellate da Tedeschi e collaborazionisti serbi, tanto per intenderci. Secondo te sono "mie" fantasie e "buffonate" il governo collaborazionista Nedic-Ljotic, i cetnici collaborazionisti, l'antisemitismo serbo-ortodosso ... Spero che non negherai che Mihailovic è esistito e che gli Alleati lo hanno abbandonato per il suo smaccato collaborazionismo... ma perdo tempo con un ignorante CHE NON VUOL SAPERE.
 
Message Autore: clear Data e ora: 16.03.2005 08:23
x casimiro
Non so se tu sia scemo, se lo fai apposti o se fai uso di determinate sostanze, questo a me non interessa. Ricordo solo cosa hanno fatto i Tedeschi in Serbia durante la seconda guerra mondiale e per rispetto dei morti che ci sono stati, non c'e' certo bisogno di scrivere buffonate. Basta aver un minimo di cognizione storica, per sapere cosa sia successo a Kragujevac e Jasenovac.
 
Message Autore: casimiro Data e ora: 15.03.2005 19:53
la commedia cetnica della resistenza
neccessita di un momento chiarificatore il passaggio dell'autore fascista Ajmone Finestra che dice: "...L'operazione Weiss, una volta sgominati i partigiani comunisti, prevedeva, su proposta germanica e croata, il disarmo di tutte le unità cetniche operanti in Croazia. Tale decisione, ostacolata fin dall'inizio dal generale Mario Roatta, comandante del Supersloda, non ebbe applicazione da parte italiana. L'azione, subdola e provocatoria, contro i cetnici, collaboratori degli italiani, mise in risalto gli intendimenti contraddittori e il comportamento equivoco dei tedeschi allarmati, per motivi politici e militari, dalla stretta amicizia degli italiani con i serbi nazionalisti. I tedeschi smentirono cosí, ancora una volta, la ripetuta affermazione di non volersi ingerire in problemi relativi alla Croazia, ritenuta area di esclusiva competenza dell'Italia..." Questa la giustificazione a posteriori di Mihajlovic per mascherare la disfatta subita esclusivamente ad opera dei partigiani di Tito, e per gettare sui partigiani discredito come fossero essi i "collaborazionisti"! Giustificazione prontamente accettata dall'autore fascista del libro, il quale vorrebbe anche dimostrare che fra Tedeschi ed Italiani c'era contrasto sull'uso dei cetnici, e che i partigiani erano in combutta coi Tedeschi ed ustascia contro...l'Italia! Egli non cita però alcuna prova alle sue affermazioni, che rimangono nell'alveo della fantastoria fascista oggi di moda. Ecco cosa scrive a proposito delle relazioni fra Tedeschi e cetnici Filip Cohen nel suo SERBIA'S SECRET WARS (anch'esso mai pubblicato in italiano...) "... Non più tardi del febbraio '43 Mihajlovich fu così impudente da dichiarare ad un colonnello britannico che i nemici principali dei Cetnici erano nell'ordine: Tito, gli ustasci , i musulmani, i croati, e per ultimo i tedeschi e gli italiani. In verità, dopo che il sostegno Alleato venne deviato da Mihajlovich a Tito nel tardo 1943, i Cetnici di Mihajlovich fecero grandi sforzi per dimostrare la loro volontà di assistere gli Alleati. Durante il tardo '43 e il 1944, dopo che gli Alleati avevano preferito sostenere Tito, i Cetnici fecero finta di attaccare apertamente le forze dell'Asse in presenza di osservatori militari britannici e americani. Talvolta è stata citata come prova delle forti simpatie pro Alleati dei Cetnici il salvataggio di 417 aviatori Alleati, inclusi 343 americani, nei territori occupati dai Cetnici durante l'ultima metà del '44. Però nessuna di queste fonti menziona che i Cetnici misero in salvo anche aviatori tedeschi, come indicato nel rapporto governativo di Nedich del febbraio '44; come pure che in altre occasioni gli uomini di Mihajlovich diedero la caccia agli aviatori alleati per conto dei tedeschi. Ma si deve annotare che l'11 ottobre '44, Hitler decorò con la croce di ferro Pavle Djurisich, uno dei più fidati e quotati comandanti cetnici di Mihajlovich! ...Il seguente esempio illustra una delle ragioni che rendono difficile ottenere una valutazione storica onesta dei Cetnici della seconda guerra mondiale, specialmente dagli stessi Cetnici. Durante i giorni finali della ritirata tedesca dalla Serbia nell' ottobre del '44, i dirigenti di due Quartieri Generali della Gioventù Cetnica di Mihajlovich di Belgrado (designati con i numeri in codice Quartiere 501 e Quartiere 502) scapparono nel territorio del Terzo Reich assieme ai tedeschi in ritirata. Nel settembre del '44, 5 membri della Gioventù Cetnica dei suddeti Quartieri avvicinarono Dragi Jovanovich, agente nazista d'anteguerra e maggiore dell'esercito collaborazionista di Nedic, chiedendogli di intervenire per ottenere protezione dalle autorità naziste. I tedeschi stavano cominciando la ritirata dalla Serbia e si stavano preparando a portare con sé l'intero Governo collaborazionista, incluse le formazioni armate . Jovanovich provvide personalmente affinchè 11 dirigenti della Gioventù Cetnica venissero trasportati a Vienna dai tedeschi in ritirata. Ai primi di ottobre del 44 il Consolato Germanico rilasciò passaporti a ufficiali collaborazionisti serbi ed a formazioni armate, inclusi i cetnici di Mihajlovich. Circa nello stesso periodo una ventina di membri della Gioventù Cetnica si presentò al sig.Brandt, capo della Gestapo di Belgrado , offrendo i loro servizi in cambio di un salvacondotto per Vienna. Brandt accettò e Ferdinand Franzesi , Sonderfurer della Gestapo in Belgrado , venne assegnato al collegamento. Insieme orchestrarono un piano di finto arresto di questi dirigenti della Gioventù Cetnica durante una riunione " illegale " per poterli trasportare in treno "come prigionieri" a Vienna. Alcune ore prima del loro "arresto" i capi della gioventù cetnica distribuirono in Belgrado un volantino intitolato " l'ultimo crimine della Germania in Belgrado", in cui si denunciavano i tedeschi per "l'arresto e l'imprigionamento dei capi patriottici della Gioventù Cetnica." Tennero quindi la "riunione segreta " alla quale portarono i bagagli. Come pianificato, la Gestapo entrò nella stanza e scortò i Cetnici direttamente alla stazione ferroviaria, dove le loro famiglie aspettavano, esse pure con il bagaglio. Partecipò alla commedia il ministro Milan Acimovich (già agente nazista anteguerra che guidò poi il regime fantoccio in Belgrado dall'aprile all'agosto del '41) . Era pure presente l'agente della Gestapo Franzesi, che supervisionò personalmente l'operazione. I giovani cetnici, le loro famiglie e Franzosi salirono sul treno che li portò a Vienna. Infine i giovani cetnici vennero alloggiati nella città di Semmering, la residenza dell'elite nazista di Hitler... La metamorfosi dei cetnici in partigiani Il movimento partigiano in Serbia rimase statico e passivo durante la gran parte dell'occupazione tedesca. Infine negli ultimi mesi del '44 il numero di partigiani della Serbia crebbe dai 22 mila alla fine del primo anno ai 204 mila degli ultimi mesi del '44 , e nell'intera repubblica di Serbia questa cifra raggiunse i 264 mila. Tito sollecitò pubblicamente l'adesione dei Cetnici offrendo loro l' amnistia il 17 agosto del '44 , e, nel settembre del '44 re Pietro secondo, dietro pressione britannica, ordinò ai suoi seguaci di unirsi ai partigiani. In risposta decine di migliaia di Cetnici passarono nelle file partigiane. Però il catalizzatore della crescita abnorme del movimento partigiano in Serbia fu la conquista sovietica di Belgrado nell' ottobre del '44 che permise la vittoria partigiana. Per evitare le rappresaglie contro i collaborazionisti, molti Cetnici, sia individui che intere unità militari , si unirono ai partigiani vittoriosi. Tra il 21 novembre '44 ed il 15 gennaio '45 Tito offrì un' ulteriore amnistia di cui beneficiarono soprattutto i Cetnici. In questo modo il movimento partigiano serbo ebbe una pseudo crescita durante gli ultimi mesi della guerra, quando non c'era più in Serbia una forza d'occupazione a cui resistere. E' da notare che, diversamente dalla Serbia , in Croazia ed in Bosnia-Erzegovina il movimento partigiano ebbe una crescita costante nelle condizioni di occupazione dell'Asse durante tutto il corso della guerra, lasciando un patrimonio resistenziale ben più credibile. La ritirata parziale dei tedeschi dai Balcani nel '44 mise fine alla guerra in Serbia sei mesi prima che in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Questo sviluppo ebbe un impatto sostanziale nella formazione del panorama politico della Jugoslavia del dopoguerra: attraverso l'incorporazione dei Cetnici e di altri elementi sostenitori della Grande Serbia nell'amministrazione statale emergente comunista in Belgrado, l'ideologia grande serba si radicò e mantenne la sua continuità attraverso il nuovo veicolo del comunismo jugoslavo. (...) ...Nell'odierna Serbia la riabilitazione dei Cetnici e di Drazha Mihajlovich è ormai amplissima, e sono risorti partiti cetnici con relative milizie . Figure come Vuk Drashkovich , Vojslav Sheshelj, vari leaders serbo-bosniaci , molti intellettuali serbi e dignitari della chiesa serbo-ortodossa hanno riproposto Drazha Mihajlovich in termini quasi religiosi, quasi un santo guerriero ! Un vescovo serbo-ortodosso ha paragonato Mihajlovich a S.Sava, il fondatore della chiesa serbo-ortodossa! Reinventando un simile Mihajlovich , idealizzandolo come democratico , filoalleato , patriottico martire-eroe , si cerca di conferire legittimità ai cetnici ignorando il quadro d'insieme del loro operato ... .............................................................................................. se a qualcuno interessa posso mandare le note documentali e la bibliografia, ommesse per non appesantire la lettura . x quelli che insultano: capisco il vostro stupore. scopo di questi miei interventi è spiegare come il nazismo ed il collaborazionismo siano stati presenti anche in Serbia, e non solo in Croazia, essendo i media italiani pressocchè unanimi nell'occultamento. Nel '90 in Serbia è stato eretto un monumento a Mihajlovic senza che nessuno in Occidente avesse nulla da obbiettare (meno che mai in Italia). Ed il partito neocetnico di Seselj è al 31 %. (Alla Croazia, di solito definita ustascia, si rimprovera lo 0,5 per cento di voti del partito neoustascia!)
 
Message Autore: Anonimo Data e ora: 15.03.2005 18:38
.-.-.-.-
seconda guerra mondiale--> scontri su piu fronti nei balcani: slovenia: sloveni nazisti che abbracciano le idee nazi/fasciste e sloveni comunisti (guerra interna) croazia: ustasa di pavelic e comunisti di tito scontri fra di l'oro + scontro con i Cetnici Bosnia ( comunisti di tutte le etnie contro ustasa e cetnici ...evvai scanniamoci tutti contro tutti..) Serbia ( comunisti..e cetnici sia liberatori che collaborazionisti come gli faceva piu comodo) musulmani in generale ( collaborazionisti, sterminati da tutte le parti,piu liberatori) Mi chiedo come abbia fatto quella gente a venir fuori da quel bel casino...e mi ritengo ancora molto fortunato se sono ancora qui a scrivere sapendo le mie origini( mio nonno paterno era monarchico serbo, mentre mio nonno materno era partigiano)....cioè nn so voi ma io la trovo una situazione abbastanza incasinata....cmq senza equivoci il mio cuore batte per il generale Draza.... cccc IC XC
 
Message Autore: TRIESTE Data e ora: 15.03.2005 14:47
X CASIMIRO
CASIMIRO.......Ma sei scemo di natura o lo fai apposta??Ringrazia tua madre che quando sei nato ha guardato nel cesso prima di tirare l'acqua.
 
Message Autore: casimiro Data e ora: 15.03.2005 11:28
testimonianze sul collaborazionismo serbo
scriveva Deakin, inviato inglese nella regione liberata dai partigiani all'inizio del '43, e testimone della terribile offensiva "Weiss" scatenata da tedeschi, italiani, ustascia e cetnici nel suo libro "La montagna piú alta" a proposito del collaborazionismo dei cetnici, spacciati sino allora come "resistenti" in Inghilterra e Stati Uniti. Ma sin dall'inizio degli anni '90, i cetnici sono stati riabilitati in Serbia come "resistenti"! Utilizzati nelle guerre contro i non serbi per le pulizie etniche, dall'ultimo governo, nel 2005, sono stati riconosciuti anche legalmente... ---------------------------------------------------------------------------------------------- a pag.120 "...La prima richiesta che Tito rivolse a Benson fu che venissero organizzate delle trasmissioni di propaganda nei confronti di questi americani di origine jugoslava, per contrastare i potenti gruppi panserbi che dominavano la stampa in lingua jugoslava che si pubblicava negli Stati Uniti. In stretta connessione con questa campagna (di importanza vitale per il comando partigiano), era necessario esprimere un giudizio sulla collaborazione dei cetnici con l'Asse, trasmettendo le prove di tale collaborazione raccolte dalla missione britannica (che furono passate interamente a Benson). Questa «battaglia delle antenne » fu parallela a quella condotta all'interno della BBC; negli Stati Uniti, tuttavia, essa ebbe un'importanza di gran lunga maggiore e si tradusse in un'abile contropropaganda indirizzata verso i molti circoli americani di origine jugoslava, potentemente sostenuti al Congresso e al Senato. Come scrisse Benson nel suo rapporto finale: "Nei quattro mesi della mia permanenza presso i partigiani, una continua fonte di fastidio e di imbarazzo fu la falsa rappresentazione della situazione jugoslava che davano le trasmissioni radio da New York e da Londra. L'attribuzione ai cetnici delle vittorie partigiane e il riferimento ai primi come « patrioti» (nel tentativo di metterli tutti in un sacco con i partigiani), era qualcosa che non potevamo in nessun modo spiegare." ... ------------------------------------------------------------------------------------------- a pag. 195 e successive il Deakin scriveva: ------------------------------------------------- "...Il movimento partigiano, nonostante la durissima pressione a cui era sottoposto da parte tedesca e italiana, si era ormai radicato in alcune zone chiave al di fuori della Serbia; i ricordi della « pugnalata nella schiena» dei cetnici in Serbia nel novembre 1941, e la crescente partecipazione alla lotta antipartigiana - in Bosnia, Croazia e Dalmazia di bande cetniche armate dagli italiani e, in certi casi, anche dai tedeschi, rendevano ugualmente impossibile ogni volontà di compromesso anche da parte partigiana. Entrambi i movimenti erano ormai tragicamente votati a una politica di mutua distruzione. Le proposte di Bailey (per quanto eccellenti potessero essere nel 1941) erano impraticabili nella situazione del 1943..." "...Alla fine di gennaio (1943) il SOE del Cairo aveva già fatto sapere a Bailey,senza consultarsi con Londra, che il quartier generale britannico per il Medio Oriente era incline ad appoggiare i « guerriglieri croati», per evitare che questi si volgessero automaticamente in favore della Russia; il Cairo aveva intenzione di aiutare i partigiani croati anche come mezzo di pressione su Mihailovic'." "...attraverso Bailey, cominciarono a filtrare al Cairo e a Londra alcune frammentarie notizie sul crollo dell'organizzazione dei cetnici, compromessi fino al collo - come alleati e satelliti dell'Asse - nelle manovre che (col nome convenzionale di « operazione Weiss») il nemico aveva da poco intrapreso contro i partigiani di Tito in Croazia e in Bosnia. " "...La dipendenza di Bailey da Mihailovic' e dal suo stato maggiore rendeva inevitabilmente oscuro il quadro complessivo delle informazioni da lui fornite alle autorità britanniche sulle gravi conseguenze dell'offensiva che in quel momento le forze dell'Asse stavano sviluppando su larga scala, dai confini della Croazia e della Bosnia fino alla linea della Neretva, che controllava l'accesso alle principali basi cetniche in Erzegovina e nel Montenegro. Con dichiarazioni evasive, si cercava di nascondere alla missione britannica il fatto che i principali reparti di Mihailovic' erano interamente mobilitati - con l'aiuto diretto degli italiani - per fronteggiare la penetrazione in quelle regioni del nucleo centrale delle forze partigiane, che tornavano ad occuparle...In un messaggio del 14 marzo, Bailey avvertí il Cairo in questi termini: "I combattimenti sulla Neretva continuano..." "...Il 12 maggio il governo britannico inviò a Mihailovic' un ultimatum che metteva in evidenza per la prima volta il cambiamento di politica nei confronti del movimento cetnico. Gli inglesi sarebbero stati costretti a togliere a Mihailovic' ogni ulteriore appoggio, se egli non si fosse attenuto alle seguenti prescrizioni: suo unico obiettivo doveva essere la resistenza contro le forze dell'Asse; doveva accettare le direttive strategiche del comando supremo per il Medio Oriente e lavorare a stretto contatto con i nostri ufficiali di collegamento; ogni forma di collaborazione con gli italiani e con Nedic' doveva cessare, « salvi i casi espressamente approvati dal governo inglese e dal governo jugoslavo »; infine, egli doveva fare ogni sforzo per collaborare con gli altri movimenti guerriglieri e cessare ogni attacco contro i partigiani." ------------------------------------------------------------------------------------------------ Il Deakin cita poi il rapporto che Hudson, capo delegazione alleata succeduto a Deakin, aveva inviato a Londra: "Hudson dice di avere «un'alta opinione di Tito, Arso Jovanovic e Djilas. Sono combattenti risoluti, che lottano per una profonda rivoluzione sociale, di cui vogliono mettersi alla testa. Mosha Pijade l'ho incontrato solo per pochi minuti». Nelle file partigiane militano giovani entusiasti e contadini, i cui ideali erano in aperto conflitto con i tradizionali valori religiosi e nazionali" ..."Agli inizi del 1942 « il movimento di Ravna Gora si mimetizzò nelle file della milizia di Nedic, per poi riapparire, scoraggiato e depresso, nel Montenegro. Se non fosse stato per la spedizione punitiva tedesca, i comunisti avrebbero liquidato sia Nedic che Mihailovic'. Al di fuori della Serbia, Hudson aveva potuto osservare realisticamente alcuni fatti: -Nel Montenegro i partigiani avevano sostenuto una politica di riconciliazione fin dall'autunno del 1941. ... -Mihailovic collaborava ancora con l'Asse nel Montenegro e nel Sangiaccato; in Serbia la sua politica era l'immobilismo. -In Dalmazia, i cetnici di Trifunovic' costituivano un movimento «legale», che, ispirato dagli italiani, sognava uno stato «serbo-sloveno e dalmata». -La divisione cetnica Dinara, operante in Croazia, aveva ucciso settecento partigiani e ne aveva ferito mille. -In Bosnia, i partigiani occupavano una « zona libera », che non doveva essere attaccata da Mihailovic. ...Il movimento cetnico esisteva per salvaguardare l'avvenire dei serbi e distruggere i loro principali rivali, i croati. «Zagabria dev'essere distrutta; quanto a Macek, lo vorrei impiccare» (da un discorso di Mihailovic a una delegazione di giovani serbi). La soluzione partigiana è l'«internazionalizzazione» [sic] della Jugoslavia". (voleva dire federalizzazione, evidentemente-ndr) ------------------------------------------------------------------------------------------ Gli inglesi Deakin e Hudson sono testimoni oggettivi del collaborazionismo cetnico. Ma chi più di noi Italiani possiamo testimoniarlo? Escono addirittura libri recenti che reduci fascisti scrivono in esaltazione di quel collaborazionismo, come quello di Ajmone Finestra pubblicato da Mursia DAL FRONTE JUGOSLAVO ALLA VAL D'OSSOLA! a PAG 54 l'autore, comandante di un'unità cetnica italo serba, scrive: "Una successiva offensiva in grande stile, predisposta dall'OKW germanico con il consenso del comando della 2" armata italiana, ebbe inizio a metà del febbraio 1943 con l'impiego di reparti italiani, germanici, ustascia e cetnici. L'operazione, prevista in due tempi e nota con il nome di Weiss I e Weiss II, scattò, dalle basi di partenza della Croazia settentrionale, investendo Slunj e Bruvno, con obiettivo Bihac' e Bosanski Petrovac. I combattimenti che si svilupparono furono violentissimi. Nella Weiss 1, gravi perdite subirono le unità italiane sottoposte a logoranti combattimenti. Tutti gli obiettivi assegnati furono raggiunti manovrando con perizia in un terreno pieno di insidie. I tedeschi schierarono, per l'offensiva, le loro migliori divisioni; tra queste la 7a SS e la 714" e aliquote di carri armati. Collaborarono nell'operazione ustascia e domobranci ben armati e addestrati dai tedeschi. Nel settore operativo, affidato agli italiani, affluirono vari reggimenti di cetnici indipendenti. L'operazione Weiss, una volta sgominati i partigiani comunisti, prevedeva, su proposta germanica e croata, il disarmo di tutte le unità cetniche operanti in Croazia. Tale decisione, ostacolata fin dall'inizio dal generale Mario Roatta, comandante del Supersloda, non ebbe applicazione da parte italiana. L'azione, subdola e provocatoria, contro i cetnici, collaboratori degli italiani, mise in risalto gli intendimenti contraddittori e il comportamento equivoco dei tedeschi allarmati, per motivi politici e militari, dalla stretta amicizia degli italiani con i serbi nazionalisti. I tedeschi smentirono cosí, ancora una volta, la ripetuta affermazione di non volersi ingerire in problemi relativi alla Croazia, ritenuta area di esclusiva competenza dell'Italia. L'offensiva Weiss si sviluppò con una manovra a tenaglia tesa a circondare e distruggere le formazioni partigiane in ripiegamento in Erzegovina, sotto l'incalzare delle forze dell'Asse e dei suoi alleati. Nell'offensiva le unità dell'esercito italiano furono affiancate dai cetnici montenegrini dei colonnello Stanizic' e da quelli erzegovinesi alle dipendenze del capitano Radulovic' che aveva preso il posto del maggiore Todorovic', caduto in un agguato e passato per le armi dai comunisti. Mihajlovic', nell'intento di assestare un colpo mortale al rivale Tito, ordinò, nella sua piena autonomia, di passare il confine serbo-montenegrino ad agguerriti reparti d'assalto cetnici agli ordini del maggiore Ostoijc'. Premuti e tallonati dall'avanzata italo-tedesca che sviluppava un preciso piano per tagliare la via della ritirata all'esercito di Tito, le divisioni proletarie e le brigate partigiane, nel tentativo di sfuggire all'accerchiamento e alla distruzione, cercarono di aprirsi la strada attraverso l'Erzegovina orientale e penetrare poi nel Montenegro. Per lo sfondamento lo stato maggiore partigiano scelse il settore presidiato e difeso dai fanti della divisione « Murge ». Piegata la debole resistenza del presidio di Prosor, tenuto dal III battaglione della divisione, le formazioni partigiane puntarono su Jablanica, piccolo centro protetto sulla destra dal fiume Neretva e da militari italiani e cetnici ben armati e fortificati. La guarnigione italiana attese l'attacco sistemata a difesa nei punti strategici dell'abitato. La resistenza era imperniata su di un'ampia costruzione a forma di castello posta in un pianoro nei pressi della Neretva. Questa fortificazione, sebbene fosse munita di feritoie, si prestava, per la sua posizione scoperta, a divenire facile bersaglio ai tiri incrociati degli attaccanti. La posizione, circondata e assaltata con impeto dai reparti proletari comunisti, dopo breve combattimento capitolò. ...Nelle vicinanze di Dreinica, sulla strada Mostar-Jablanica, il I battaglione del 260" reggimento della «Murge», inviato di rinforzo, fu massacrato in un agguato. A loro volta i cetnici, arroccati sulla riva del fiume Narenta (Neretva), a sbarramento della via della ritirata alle colonne comuniste, furono sloggiati dai loro apprestamenti difensivi dal fuoco micidiale dei partigiani. Gettato un ponte di fortuna accanto a quello in ferro, fatto saltare dai guastatori comunisti per ingannare i comandi italo-tedeschi sulla direzione della ritirata, le forze di Tito, con al seguito migliaia di feriti e di malati si aprirono la strada verso il Montenegro. Sul monte Prenj, si affrontarono, in una battaglia campale, cetnici e partigiani. Lo scontro, sanguinoso e accanito, non fu favorevole alle armi cetniche... I tedeschi, nemici dei cetnici, per i quali avevano proposto a disarmo, colsero il momento opportuno, senza alcun rispetto per i comandi italiani, dai quali i nazionalisti serbi prendevano ordini, per liberarsi dal pericolo del movimento cetnico, considerato nemico alla stregua dei partigiani comunisti. Con questa azione i tedeschi anticiparono il previsto disarmo dei nazionalisti serbi. I cetnici, sostenitori della politica anticomunista degli italiani, presi tra due fuochi, si sbandarono ritirandosi in disordine. Il rovescio, o meglio la disfatta militare, causa di sensibili perdite di vite umane da parte nazionalista, influí sul corso della guerra nei Balcani avvantaggiando l'esercito di Tito. Il varco aperto sul monte Prenj dai partigiani comunisti, favoriti dal proditorio attacco germanico, offrí la possibilità, alle forze comuniste, di sfuggire all'accerchiamento e successivamente di riorganizzarsi nelle impervie e inospitali cime del Montenegro. L'obiettivo della Weiss II, mirante alla completa distruzione delle formazioni comuniste, non fu raggiunto nonostante i primi successi militari delle forze dell'Asse. La riuscita manovra d'accerchiamento fallí all'ultimo momento per un'insensata decisione tedesca. L'attacco della Wehrmacht, a tergo dello schieramento cetnico, rese vano il piano operativo finale dell'offensiva italo-tedesca. Il comportamento contraddittorio nella fase ultima della Weiss II ingenerò, nell'alleato italiano, il sospetto dell'ambivalenza della politica germanica nei Balcani. Tale politica evidentemente perseguiva il fine di circoscrivere l'espansione italiana in Croazia e nel contempo mirava a indebolire la collaborazione italo-cetnica sul fronte anticomunista. Risale a quei drammatici giorni l'iniziativa di Tito tesa a trattare con i tedeschi la sospensione delle attività belliche... ...I nemici principali di Tito e delle formazioni partigiane comuniste, furono i cetnici e gli ustascia. I cetnici rappresentavano la borghesia serba con gli ufficiali, gli intellettuali, i conservatori. A questo schieramento nazionalista monarchico avevano aderito elementi di tutti i ceti sociali. Numerosi i piccoli proprietari terrieri, i sottufficiali, i gendarmi, gli artigiani, i contadini. Gli ustascia annoverarono nelle proprie file, oltre agli oltranzisti nazionalisti croati di spiccata tendenza nazional-socialista e fascista, i moderati sostenitori dell'indipendenza della Croazia dalla Serbia. Molti aderenti al partito dei contadini di Vladko Macek si erano schierati con il fronte anticomunista croato di Pavelic... "
 
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