Una rassegna dei principali eventi economici dell'ultimo decennio, comprendente la situazione dell'economia prima e dopo il conflitto albano-macedone ed un cenno agli attesi aiuti finanziari.
Una scena al mercato di Skopje - CNN.com
La Macedonia fa anch'essa parte dei cosiddetti paesi in transizione, ossia di quelli interessati, dal punto di vista economico, al doloroso passaggio dal socialismo autogestito, quale era quello delle repubbliche della ex Jugoslavia, alla forma attuale di capitalismo, libero mercato, neoliberismo. La crisi che si è verificata nei primi mesi dell'anno e che tuttora stenta a trovare una definitiva soluzione ha sconquassato ulteriormente un'economia già di per sé fragile. La mancanza inoltre di una rapida intesa politica sugli accordi di pace da parte di chi governa il paese, ha prolungato l'agonia della Macedonia verso il collasso economico. Gli aiuti promessi dai paesi esteri, ossia la conferenza dei donatori, prevista inizialmente per il 15 ottobre, sono stati fatti slittare a data imprecisata e subordinati alla implementazione degli accordi di Ohrid, firmati il 13 agosto scorso, quelli appunto che dovrebbero fornire un nuovo assetto costituzionale alla ex repubblica jugoslava.
Nonostante le ragioni della attesa iniezione finanziaria sembra rispondano più a motivi economici che politici, la recente accettazione in Parlamento (16 novembre) degli emendamenti costituzionali, previsti dall'accordo di Ohrid, pare produrrà come conseguenza la consegna di un pacchetto di aiuti economici necessari al risanamento degli effetti della guerra.
Tenendo presente questo quadro di riferimento, si è cercato di tracciare un prospetto di alcuni degli eventi che hanno caratterizzato e caratterizzano l'economia macedone a partire dagli ultimi dieci anni sino ad oggi. Emerge una prospettiva che conduce all'idea che la Macedonia di fatto sia già un protettorato internazionale e che le riforme economiche così come gli aiuti, più che essere subordinati all'implementazione di una pace stabile e duratura, saranno dettati ancora una volta dalle esigenze macro economiche delle grandi istituzioni finanziarie, con più che probabile sofferenza dello strato sociale più indifeso.
Cenni sulla crisi economica dell'ultimo decennio
Le sofferenze economiche della Macedonia hanno radici che si diramano nei primi anni novanta. L'ex repubblica jugoslava si è trovata, nel corso di questo ultimo decennio, ad attraversare diverse crisi, dovute principalmente ai disordini geopolitici dell'intera regione balcanica. Il primo shock economico risale al 1992 quando la vicina Grecia sigillò le frontiere con la Macedonia e pur non essendo a quel tempo il suo maggior partner commerciale, i produttori macedoni dovettero cercare delle vie alternative per il trasporto delle loro merci. Questo comportò l'innalzamento dei costi dell'import e dell'export, abbassandone il livello di competitività. Nel 1995, anno dell' attentato al presidente della repubblica Kiro Gligorov , i due paesi sottoscrissero un accordo (settembre 1995) e le frontiere furono riaperte, rilanciando la Grecia come partner principale e via di transito per gli scambi con gli Stati Uniti.
Un altro grave colpo inferto all'economia macedone fu la guerra nella ex Jugoslavia. È noto infatti che la Federazione di Jugoslavia, ossia quell'entità composta da Serbia e Montenegro, creatasi nel 1992 in seguito ad un referendum, fu il principale partner commerciale della Macedonia. Il paese a quel tempo risentì non poco dell'impossibilità di esportare merci nella Federazione di Jugoslavia, posta sotto embargo dalle Nazioni Unite. La Ex Repubblica jugoslava di Macedonia entrò infatti in quell'anno con questo nome a far parte delle Nazioni Unite, che immediatamente non tollerarono gli scambi commerciali con le sanzionate Serbia. La cosa non andò certo meglio con le altre repubbliche della ex Jugoslavia con le quali la Macedonia intratteneva buoni rapporti di scambio. Ma anche a guerra ultimata la Macedonia incontrò non poche difficoltà nel tentativo di rientrare nel mercato delle ex repubbliche jugoslave. Fa eccezione la Slovenia che divenne uno dei paesi su cui dirigere gli export nazionali, soprattutto dopo l'accordo del 1997 tra i due paesi , e grazie all'assenza di tariffe doganali imposte dalla amministrazione slovena alle esportazioni macedoni.
Tuttavia il 1997 non fu una buona annata per le esportazioni macedoni: la crisi economica in Bulgaria e il collasso dello Stato albanese segnarono una certa sofferenza di questo settore. Mentre la sola produzione industriale, se pur timidamente, continuava a crescere.
Tra il 1997 e il 1998 la crisi economica di uno degli altri partner della Macedonia, la Russia, determinò la chiusura di molti contratti di export, soprattutto nel settore del pellame e della lavorazione dei metalli (metal-processing industry).
Nel 1999 la crisi in Kosovo e la guerra che ne scaturì produssero un pesante effetto negativo sulle esportazioni macedoni. Il mercato jugoslavo, ancora una volta rimase off limit. La chiusura dei corridoi commerciali con lo spazio jugoslavo produsse nuovamente un innalzamento dei costi di esportazione che fece diminuire la domanda delle esportazioni macedoni. La situazione riprese con la fine della guerra e la riapertura dei corridoi commerciali, rilanciando il mercato con l'Unione Europea. (I dati sin qui riportati sono tratti da: "Makmodel", pubblicazione della Banca Nazionale di Macedonia).
La difficile transizione dell'economia macedone è stata in questi anni sorvegliata dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. L'ex repubblica jugoslava esordì , dopo la sua indipendenza nel 1992, con un'inflazione spropositata (1691%), ma sotto il controllo dei due organismi internazionali il paese, nel 1996, riportò il livello di inflazione al di sotto di quello di tutti gli altri paesi dell'Europa orientale (Cfr., S. Bianchini, Guida ai paesi dell'Europa centrale, orientale e balcanica, 1998, p. 247). L'inflazione annua negli anni a ridosso della guerra nella ex Jugoslavia si posizionò attorno al 3,9%. Tuttavia nonostante questi promettenti segnali per l'economia del paese, la Macedonia faticò ad uscire dalla stagnazione. Inoltre numerosi scandali finanziari, legati soprattutto alla corruzione delle classi dirigenti dei partiti politici, segnarono la grave situazione presente nel paese.
Alcuni dati ed informazioni sull'economia prima del conflitto albano-macedone
Come informa la giornalista di AIM, Branka Nanevska, esperta di economia "Secondo gli attuali standard metodologici, nel 1990 la Macedonia aveva un Prodotto Interno Lordo (PIL) pari a 2.235 dollari pro capite. Secondo l'Istituto Economico di Skopje, il PIL macedone è attualmente pari a 1.801 dollari, rispetto a 1.695 dollari nel 1999. Nel periodo compreso tra il 1981 e il 1990 il PIL ha avuto un tasso di crescita annuale pari al 2,5 per cento; nel periodo precedente al 1996 ha sofferto un calo costante compreso tra il 9,6 e lo 0,3 per cento all'anno; il calo totale del PIL macedone per il periodo 1991-1998 è pari al 5 per cento" (B. Nanevska, "L'economia macedone prima del conflitto", Balkan n.5, novembre 2001, tr. it. di A. Ferrario).
Non migliore il deficit commerciale , che nel 1990 ammontava a 418.065 dollari e che ora ha raggiunto i 609,5 milioni di dollari. Una certa preoccupazione destano poi altri dati relativi alla possibilità di rimborsare i debiti con i paesi esteri. Debiti che secondo la Banca Nazionale Macedone hanno ormai raggiunto la somma di 1 miliardo e 490 milioni di dollari (dato fine 1999), pari quasi alla metà del Prodotto Interno Lordo. Con queste cifre la Macedonia risulta essere uno dei paesi più indebitati del mondo.
La serie di crisi cui facevamo riferimento poco sopra, in particolare quella in Kosovo, hanno tenuto il paese lontano dagli investimenti stranieri. Diversamente la Grecia che invece ha avuto non poca influenza nelle operazioni di acquisto di alcune ditte macedoni, dal settore energetico a quello delle telecomunicazioni (tra i casi più eclatanti vi è l'acquisto della compagnia petrolifera OKTA da parte della greca Hellenic Petroleum nel 1999). La crisi non ha impedito infatti la privatizzazione delle ditte macedoni. Secondo gli esperti della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, "alla fine di agosto 2000 delle 125.798 aziende registrate nel paese: l'89% era di proprietà privata, l'8% faceva parte del settore pubblico, l'1,4% di quello cooperativo, l'1,4% era di proprietà mista e solo lo 0,2% di proprietà statale. Inoltre il governo ha venduto la principale banca statale, la Stopanska". L'accordo per la vendita della Stopanska Banka (prima banca ad essere privatizzata da un investitore straniero) venne sottoscritto il 21 dicembre 1999. I maggiori beneficiari di tale accordo furono la Banca Nazionale Greca che si aggiudicò una quota di maggioranza pari al 68,4% (pari ad un valore di 117 milioni di marchi tedeschi), la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e la Società Finanziaria Internazionale (IFC) che si aggiudicarono ciascuna il 10,5% del capitale (pari ad un valore di 18 milioni di DM). Occorre rilevare inoltre come la Stopanska Banka sia stata una delle maggiori banche macedoni e come fino al 1998 gestiva il 35% delle operazioni di pagamento del paese (Cfr., La Banca Nazionale Greca acquista la macedone "Stopanska Banka", AFP 21 dicembre 1999, in italiano per Notizie Est 295>, 28 dicembre 1999).
Il controllo dell'inflazione, del tasso di cambio, l'approvazione di alcune leggi riguardanti la riforma dei fondi pensionistici, le banche e i titoli azionari, così come l'applicazione dell'IVA, hanno avuto come conseguenza l'accettazione di nuovi accordi finanziari con il FMI e la Banca Mondiale, per un totale di 80 milioni di dollari. Tuttavia il processo di privatizzazione condotto sul "modello individuale" (sullo stile del modello di Ante Markovic, primo ministro jugoslavo fino alla guerra del 1992) ha prodotto non pochi problemi. "Questa pratica, ritengono gli esperti, ha provocato numerosi problemi. I titoli azionari sono stati concessi in pratica gratuitamente o, al massimo, a tariffe incredibilmente basse e, di conseguenza, la cassa del governo è rimasta in quel periodo šæaticamente vuota, mentre il capitale ha trovato una via per andare a ingrossare i portafogli di pochi ricchi privilegiati. Il 95% delle capacità dei settori industriale e minerario sono state privatizzate prima della fine del 1998 e attualmente è in corso una rapida conclusione del processo" (Cfr., B. Nanevska, L'economia macedone prima del conflitto, cit.).
Ricordiamo che l'ex ministro jugoslavo fece la sua comparsa sulla scena macedone durante il periodo della campagna elettorale per le presidenziali nell'inverno del 1999. Una delle "trovate" di Markovic per rilanciare l'economia macedone fu quella dell'introduzione dell'Euro, al fine di agganciare l'economia del paese a quella europea. Processo non privo di difficoltà e sforzi notevoli, ma comunque subordinato, nonostante l'adesione al Patto di Stabilità, ad una situazione politica distesa e stabile, cosa che la Macedonia, ad oggi, non ha ancora dimostrato. Del resto, con ogni probabilità, il lavoro tecnico di Markovic, certamente troppo oneroso per le tasche del governo macedone, fu pagato da qualche paese straniero, con lo scopo più che probabile di mettere le mani sull'economia della Macedonia, seguendo il modello applicato agli altri paesi balcanici, come la Bosnia-Erzegovina o la Croazia (Cfr., V. Eftov, "L'euroizzazione dei Balcani", in Notizie Est 295, 28 dicembre 1999).
La Macedonia arriva così alla conclusione del secondo millennio con una situazione sociale disastrosa, dove la disoccupazione raggiunge punte del 49% (una delle più alte in Europa), i cittadini sotto il livello di povertà sono circa il 27%, e con una situazione economica al collasso. L'"economia nera", nei primi mesi del 2000, arriva a coprire oltre il 40% del Prodotto nazionale lordo, mentre la svendita delle aziende pubbliche viene perpetrata, attraverso una forzata privatizzazione, con estremo favore dalla nuova classe dirigente (VMRO-DPNE).
La crisi politico-militare e l'avvicinarsi del baratro economico
La situazione economica in Macedonia si aggrava con lo scoppio del conflitto albano-macedone nei primi mesi dell'anno in corso. Le rivalità politiche si accentuano e i conflitti con le parti sociali si intensificano. La giornalista macedone di AIM, Branka Nanevska, esperta di economia, scrive un articolo verso la fine di maggio dal titolo "Maggio: la marcia degli affamati". Nel paragrafo introduttivo si legge: "In questi giorni la Macedonia non è solo sull'orlo di una crisi che riguarda la sicurezza, ma è minacciata anche da un'esplosione sociale dalle conseguenze che è difficile prevedere. In particolare ogni giorno vi sono sempre più affamati, e la loro insoddisfazione è enorme. Se a questo si aggiunge l'elemento della politica, senza la quale da lungo tempo nulla nel paese funziona, gli attuali sussulti sociali, prevedono gli esperti, possono diventare molto drammatici" (B. Nanevska, "Maggio la marcia degli affamati", in italiano per Notizie Est 443, 3 giugno 2001 ).
Ma oltre le forti preoccupazioni riguardanti l'esplosione di conflitti di natura sociale, la Nanenvska fornisce un quadro complessivo sull'economia macedone. In particolare viene illustrata la difficoltà delle aziende macedoni, da tempo in perdita e prossime alla liquidazione. Le operazioni e i diktat delle istituzioni finanziarie internazionali - veri e propri "gendarmi del mondo" - provocheranno licenziamenti per almeno 35.000 operai. Soluzioni, queste, concordate dal governo macedone con la Banca mondiale e con il FMI già alla fine dello scorso anno. In un paese dove i disoccupati sono circa 360.000, raggiungendo come dicevamo sopra un tasso di disoccupazione quasi del 50%, i lavoratori, guidati dall'Unione dei sindacati di Macedonia, hanno deciso nel mese di maggio, in concomitanza della Festa del lavoro, di scendere nelle strade per protestare pacificamente chiedendo il diritto al lavoro, allo stipendio, alla previdenza pensionistica e sociale, in sostanza ad una vita dignitosa.
Le fabbriche in fallimento, come informa la Nanevska, sono la "Makedonka" di Stip e la "Hemeteks" di Skopje. Aziende un tempo punta di diamante dell'economia macedone, ora prossime alla liquidazione e al licenziamento degli operai che vi lavorano. Al pari degli operai della ditta FAS "11 Oktomvri", un tempo produttrice di 1200 autobus all'anno, ridottisi oggi ad una decina; così come i lavoratori della "Jugohrom" di Tetovo o della "Porculanka" di Veles, che non ricevendo gli stipendi da mesi, lamentano le difficili condizioni di vita.
I lavoratori hanno proseguito con le proteste per qualche settimana, bloccando i tratti più trafficati delle autostrade che da Skopje raggiungono le altre località. Al centro delle richieste un aiuto finanziario straordinario di 200 marchi tedeschi per comprare il pane per i loro figli!
Nel settembre di quest'anno, dopo sei mesi di crisi politica, un articolo pubblicato da Utrinski Vesnik rende noto che "il Ministero delle finanze ha incaricato tutti gli organi di governo di preparare entro la fine del mese di settembre informazioni dettagliate sui danni indiretti e diretti causati nelle rispettive regioni dall'attuale crisi militare nel paese" (M. Tomic e N. Nineska-Fidanoska, "Nel baratro economico" in italiano per Notizie Est 466, 6 settembre 2001). È stato calcolato che i danni complessivi subiti dall'economia macedone hanno ormai raggiunto la cifra considerevole di 800 milioni di dollari. Inoltre le lamentele per le mancate riforme economiche, subordinate alla soluzione della crisi politico-militare, unitamente alla permanenza di un clima di malversazioni, gettano il paese nell'abisso economico. Il governo dichiara, per bocca del primo ministro Georgjevski, che "la Macedonia presenta tutti i caratteri di uno stato sottoposto a blocco economico, poiché tutte le convenzioni con le istituzioni finanziarie internazionali e i programmi sono stati interrotti" ("Nel baratro economico", cit.). Ma a queste parole si affiancano le dure critiche del direttore generale della Komercijalna Banka, Hari Kostov, che in un'intervista rilasciata al settimanale "Aktuel" dichiara: "Non mi sembra che il governo stia adottando dei pacchetti di misure economiche in grado di assicurare qualche stabilità economica, o meglio, in questa situazione, la sopravvivenza economica. Al contrario, continuano ad essere evidenti le malversazioni delle autorità in questo momento così difficile per la Macedonia. Non si è assistito all'interruzione delle privatizzazioni illegali di alcune banche ed aziende, e si è assistito addirittura a sforzi per distruggere le imprese nazionali che funzionano bene, come per esempio la Makpetrol. Una tale dissipazione delle aziende nazionali non si è mai vista in nessuno stato normale" ("Nel baratro economico", cit.).
Il popolo affamato in rivolta sociale
Alla fine di ottobre Branka Nanevska ritorna a scrivere sulla pesante situazione economica che investe la società macedone. Benché gli scioperi, come dicevamo, fossero esplosi già all'inizio del conflitto militare tra albanesi e macedoni, alla fine del mese di ottobre, l'insoddisfatto popolo affamato di Macedonia raggiunge l'apice, alzando ulteriormente il livello della protesta. Con scioperi di massa, circa ottomila lavoratori delle ditte che da anni versano in pessime condizioni, minacciate dalla bancarotta e dalla liquidazione, cercano di rivendicare i propri diritti relativi al pagamento degli stipendi, che da anni non vedono, e di ottenere un aiuto finanziario straordinario di 300 marchi tedeschi per poter affrontare l'inverno imminente. Agli scioperi partecipano anche coloro che sono da tempo rimasti senza posto di lavoro e coloro che sopravvivono con uno sostegno sociale di 100 marchi al mese, così come i giovani studenti che non hanno alcuna possibilità di trovare un'occupazione. Scioperano anche i piloti della più grande compagnia di aviazione "Avioimpeks". Vengono formati dei blocchi nelle strade accanto al Parlamento, al Governo, ai Ministeri delle finanze, dell'economia e del lavoro. Ciò accade più o meno in tutte le parti del Paese. Vengono inoltre assediate le rappresentanze diplomatiche straniere che rilasciano i visti per uscire dal paese: cercano la salvezza nella terra promessa, come in Canada per esempio, circa 80.000 persone (B. Nanevska, "Objava socijalnog rata", AIM Skopje, 31 ottobre 2001).
A questa situazione di disordine sociale occorre aggiungere che il governo ha speso 375 milioni di marchi più del previsto in strade e stipendi. Precisa la Nanevska: "Vengono spese le riserve, il deficit si alza, diminuiscono la produzione e le esportazioni. La cassa statale è sempre più vuota. La diminuzione nelle entrate da tasse, dogane e imposte è precipitato da meno 10 a meno 70%. La causa principale non è dovuta a oggettive circostanze da ascriversi alla crisi della sicurezza, ma a malversazioni, garantite dalla posizione di potere, del primo doganiere Dragan Daravelski, collaboratore intimo del primo ministro Georgjevski e uomo fedele al partito al potere" (B. Nanevska, "Objava socijalnog rata", cit.).
L'economia macedone è in agonia e la povertà aumenta di giorno in giorno. Le statistiche ufficiali riportano che la percentuale dei cittadini poveri è arrivata al 23%. Tuttavia occorre "non dimenticare che le indagini vengono svolte solo su campioni ristretti, per cui nella realtà potrebbero esserci molti più affamati di quanto si riconosca ufficialmente. Secondo le stime di economisti indipendenti come la dott. ssa Natalija Nikolovska, professoressa alla facoltà di economia di Skopje, la percentuale, è pari circa al 48%" (B. Nanevska, "Objava socijalnog rata", cit.).
Si evince pertanto che due terzi della popolazione percepisce il minimo esistenziale, a cui si devono aggiungere i 150.000 rifugiati che a causa del conflitto armato sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni. "Dal giugno di quest'anno 72.000 persone hanno vissuto con un modesto aiuto sociale. Circa 25 mila ditte oggi hanno il conto corrente bloccato. 300.000 lavoratori possiedono un posto di lavoro precario e di questi la metà percepiscono stipendi modesti ancorché irregolari. Circa il 60% percepisce una paga inferiore alla media, che, secondo gli ultimi dati resi pubblici, è di 10.500 denari, pari a 330 DM circa " (B. Nanevska, "Objava socijalnog rata", cit.). Secondo le stime degli analisti che redigono le statistiche, per condurre una normale vita media le famiglie in Macedonia dovrebbero disporre di un'entrata minima compresa tra i 23 mila e i 30 mila denari mensili, ossia dai 700 ai 1000 DM al mese.
Interessante è poi dare uno sguardo agli aumenti del costo della vita. In un documento pubblicato dalla Banca Nazionale di Macedonia (BNM) vengono riportati alcuni dati relativi agli aumenti dei prezzi e del costo della vita. Tenendo come termine di paragone il mese di dicembre del 1994 con un valore di pari a 100, si scopre che gli aumenti maggiori si sono verificati nel 2001 ed in particolare da aprile in poi, ovverosia a crisi militare inoltrata. I prodotti alimentari sono aumentati in questi mesi tra un minimo del 4 ed un massimo del 10%, mentre negli anni dal 1996 al 1999 vi era stato un leggero calo e nel 2000 si erano mantenuti pressoché invariati (ossia attorno a 100, valore iniziale di riferimento).
I maggiori aumenti vengono registrati negli affitti e nei servizi. Sempre con un valore di riferimento pari a 100 e relativo al 1994, si evidenzia che i sevizi, che già nel 1999 avevano subito un aumento del 10%, raggiungono oltre il 23% nel 2001, mentre gli affitti, che già negli anni dal 1995 al 1999 avevano subito un aumento del 30%, raggiungono nel 2001 anche il 70% in più rispetto al 1994. Nel documento citato, riguardante il costo della vita, si nota che negli anni 2000-2001 si è verificato un aumento medio di circa il 10%, rispetto al 1999 che già segnava oltre il 10% in più rispetto al dato di base del 1994 (I dati forniti sono pubblicati in "Prices and costs of living" a cura della Banca Nazionale Macedone). Non è difficile notare come il peso della crisi gravi interamente sulle spalle della popolazione, che negli ultimi tempi ha deciso di dichiarare lo stato di "guerra sociale", con scioperi di massa, proteste in piazza e altre iniziative. "In questo momento - scrive sempre la Nanevksa - stanno scioperando 22 ditte delle quali 12 sopravvivono nonostante i mancati guadagni, 9 hanno dei problemi con i partner strategici, mentre le rimanenti li hanno con i proprietari e con i manager-ladri collusi con la mafia" (B. Nanevska, "Objava socijalnog rata", cit.).
I promessi e sospirati aiuti stranieri
Fino a poco prima della votazione degli emendamenti costituzionali, avvenuta il 16 novembre 2001, sembrava proprio che la conferenza dei donatori, annunciata proprio dai rappresentati italiani a Skopje e inizialmente prevista per il 15 di ottobre, non si sarebbe tenuta affatto nell'anno in corso. Le ragioni addotte erano la mancanza della ratifica degli accordi di Ohrid, necessari alla stabilizzazione politica della regione. Benché, a parere di alcuni analisti, le vere ragioni della proroga indefinita della conferenza sarebbero da attribuire a motivi prettamente economici, piuttosto che solamente politici.
Con la guerra albano-macedone sembra infatti che la Macedonia sia tornata all'inizio del processo di transizione. Le istituzioni finanziarie internazionali non hanno accettato di buon grado le manovre del governo macedone riguardo l'acquisto di armamenti militari. Spese che, senza previa consultazione del FMI, hanno raggiunto, secondo gli esperti della UE, il 10% del PIL macedone. Percentuale che ha comportato un deficit esorbitante di 700 milioni di marchi, ascrivibili in larga parte al Ministero della difesa e a quello dell'interno. L'esercito ha aumentato il suo budget da 12 milioni di marchi a 440 milioni di marchi. La polizia ha anch'essa aumentato di 120 milioni il suo budget iniziale pari a 147 milioni di marchi, arrivando in questo modo a spendere entro la fine dell'anno la somma complessiva di 276 milioni di marchi (B. Nanevska, "Makedonija i MMF - kraj ljubavi", AIM Skopje, 8 novembre 2001).
Tuttavia sembra che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la mancata consultazione prima e la mancata accettazione poi da parte del FMI della decisione del Governo relativa alla diminuzione della tassa sull'importazione delle automobili, in precedenza fissata tra il 25% e il 50% del valore e oggi scesa a solo il 7%. Secondo il parere di Branka Nanevska : in questo momento i rapporti tra la Macedonia e il FMI sono forse i peggiori dall'inizio degli anni novanta, quando appunto la Macedonia iniziò a ricevere i primi fondi di aggiustamento strutturale.
L'ex repubblica di Jugoslavia perderebbe parecchio in conseguenza di una rottura politica con il Fondo monetario internazionale. Innanzitutto 150 milioni di marchi attesi dai donatori per sanare gli effetti della guerra, poi una cinquantina di milioni di marchi di aiuti dalla Unione Europea e infine 45 milioni di marchi promessi dal Governo olandese. Recentemente sembra però che qualcosa si sia smosso. La completa approvazione degli accordi di Ohrid , da parte del Parlamento macedone, ha avuto come immediata conseguenza la dichiarazione della Commissione europea circa lo sblocco di un pacchetto di aiuti finanziari del valore di 24 miliardi di lire. Iniezione finanziaria e di fiducia che consentirà alla Macedonia di far fronte soprattutto ai danni diretti provocati dalla guerra. "In particolare circa 9 miliardi saranno destinati alla ricostruzione della rete elettrica delle città di Tetovo, Kumanovo e Aracinovo, più di 6,5 miliardi andranno alle famiglie che hanno ospitato profughi e rifugiati durante il periodo di crisi, 4 miliardi saranno utilizzati per finanziare la ricostruzione di case andate distrutte, e 3 miliardi saranno spesi per rimettere in sesto il sistema di approvvigionamento idrico della città di Kumanovo" Ansa/Balcani 20 novembre 2001).
Secondo le recenti affermazioni del quotidiano Dnevnik, proprio il FMI sembra infatti essere ritornato sui suoi propri passi, alimentando l'idea che una conferenza dei donatori possa tenersi entro la fine dell'anno (verso la metà di dicembre).
Il Fondo Monetario Internazionale ha espresso l'intenzione di sottoscrivere un accordo di "staff monitoring" con la Macedonia, che prevede il controllo del bilancio statale. Si tratta di un programma di transito della durata di sei mesi, cui subentrerà un nuovo accordo di "stand by", consistente in forniture di crediti per lo sviluppo economico. Secondo le dichiarazioni del Commissario europeo per le relazioni estere Chris Patten, il FMI ha richiesto il divieto di utilizzare i fondi erogati dai donatori per le spese di carattere militare. Tali fondi dovranno essere impiegati esclusivamente per la stabilizzazione economica del paese, cosicché i donatori possano essere sicuri delle loro elargizioni. Quest'ultime andranno a coprire un buco di 120 milioni di dollari e saranno dirette soprattutto a sanare i danni subiti durante il conflitto.
Altra condizione necessaria posta dal FMI è un taglio del bilancio di 72 milioni di dollari, cosa che in parte è gia avvenuta. Secondo Utrinski Vesnik il governo avrebbe già tagliato 63 milioni di dollari e gliene rimarrebbero ancora solo 9, come dire che l'accordo viene dato quasi per scontato. (Le informazioni e le fonti qui citate sono tratte dall'edizione in lingua macedone dell'agenzia MILS. Si ringrazia vivamente Andrea Ferrario, responsabile di Notizie Est, per i contributi e la traduzione dei passi citati negli ultimi paragrafi).
Segnaliamo infine che recentemente è stato dichiarato che i cittadini macedoni potranno cambiare la moneta locale o i marchi in Euro con gli stessi termini previsti per i paesi europei, ossia entro il 28 febbraio 2002, presso qualsiasi banca. Secondo alcuni analisti questo evento potrebbe anche costituire le basi per un'iniezione finanziaria dell'economia locale, dovuta ai depositi di capitale che i cittadini macedoni sarebbero invogliati a riportare nelle banche. Sempre che la valuta dei cittadini sia destinata effettivamente all'economia macedone, sotto forma di crediti. L'incentivo al deposito presso le banche, per contrastare l'usanza diffusa un po' in tutti i Balcani di tenersi i soldi in casa, viene offerto attraverso un tasso di interesse appetibile (nell'ordine del 4,5%) e l'assenza di provvigioni sul cambio della valuta locale in Euro (E. Zafirovski, "Pune se trezori domacih banaka", AIM Skopje, 20 novembre 2001).
Conclusione
Il quadro che sin qui abbiamo cercato di tracciare, sembra non lasciare spazio all'ottimismo. La Macedonia grava in una pesante e stagnante situazione economica che in parte è stata peggiorata dalla crisi militare tra macedoni e albanesi, ma in parte già le preesisteva. La situazione sociale, anch'essa gravemente compromessa, favorisce l'interpretazione secondo la quale la Macedonia dovrà aspettarsi un aiuto e una vigilanza speciale di lungo corso (non a caso la missione della NATO denominata "Amber Fox", con ogni probabilità verrà ulteriormente prolungata). E ciò nonostante la Macedonia faccia pienamente parte del Patto di Stabilità e abbia avuto l'opportunità, nella primavera di quest'anno a guerra inoltrata, di essere il primo paese balcanico a sottoscrivere un accordo di associazione e stabilità con l'Unione Europea.
Il tutto lascia quindi pensare ad un protettorato di lungo corso, che verrà camuffato da tentativi di rinforzo economico e politico del paese, là dove la lunga mano del FMI e della Banca Mondiale imporrà dure leggi finanziarie e pesanti tagli che indeboliranno ulteriormente la già fragile base sociale.
Vedi anche:
Boskovski dichiara: ex ministri degli interni complici nell'attentato a Gligorov
Banca Nazionale di Macedonia
L'economia macedone prima del conflitto
L'euroizzazione dei Balcani
Maggio la marcia degli affamati
Nel baratro economico
Objava socijalnog rata
Makedonija i MMF - kraj ljubavi
Pune se trezori domacih banaka
Stability Pact
MILS