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mercoledì 09 luglio 2008 08:15

Osservatorio Caucaso


Osservatorio Balcani
 

Luoghi della memoria - i testi


La prima stesura dei testi realtivi al percorso sui luoghi della memoria del DVD multimediale AestOvest. In calce potete inserire i vostri commenti. Verranno progressivamente inserite versioni aggiornate dei testi stessi sino a quella definitiva. Tra le schede sui luoghi manca ancora quella sul campo profughi di Padriciano
Introduzione

Luoghi della memoria

Per ricordare determinati eventi del proprio passato, le società si affidano a delle rappresentazioni. Queste rappresentazioni possono prendere la forma di rituali collettivi, come ad esempio giornate commemorative, o assumere forme materiali come nomi di strade, libri di testo, monumenti e musei. Lo storico francese Pierre Nora ha definito tutte queste rappresentazioni come “luoghi della memoria”.

Il Friuli Venezia Giulia, l'Istria, il Quarnaro e la parte occidentale della Slovenia sono ricchi di questi luoghi, che testimoniano la complessità delle vicende storiche di questa regione e la volontà dei diversi gruppi nazionali di affermare una propria versione su quelle vicende.

In particolare, i memoriali eretti nel corso del ventesimo secolo in quest'area hanno una caratteristica comune: quasi tutti sono dedicati ai crimini commessi dagli altri, non ai propri. Nessuno di questi monumenti, in altre parole, manifesta un'assunzione di responsabilità o un atteggiamento nei confronti del passato simile a quello affermatosi lentamente nei luoghi della memoria eretti in Germania dopo la seconda guerra mondiale. Tutti i monumenti di questa regione, di regola, ricordano solo le proprie vittime e i crimini subiti.

E' il caso ad esempio dell'imponente Sacrario Militare Italiano di Redipuglia, in provincia di Gorizia. Il Memoriale, uno dei più grandi al mondo, contiene le spoglie di 100.000 soldati italiani morti durante la Prima Guerra Mondiale. Le tombe sono disposte su di un terrazzamento scavato nella collina che ospita l'area, a formare un'ideale armata di 100.000 uomini disposta ad ala intorno al Duca d'Aosta e ai suoi generali. Il nemico, i morti di parte avversa, non sono neppure menzionati.

Ci sono altri luoghi invece che, per la stessa modalità che ha portato alla loro costituzione, rappresentano dei veri e propri cortocircuiti della memoria. E' il caso ad esempio del Memoriale eretto nell'isola di Rab/Arbe, che ricorda le vittime del sistema di campi di concentramento creato in quel luogo dall'esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel monumento, inaugurato nel 1953, fu eretto grazie al lavoro forzato di altri internati, quelli del campo di concentramento organizzato dal regime di Tito nella vicina isola di Goli Otok. Nessuna lapide, tuttavia, ricorda le vittime del campo di concentramento jugoslavo, né il fatto che furono proprio quei prigionieri a costruire il Memoriale di Rab.

Alcuni luoghi sono stati poi spogliati dalla memoria che contenevano. La loro importanza, tuttavia, resiste nonostante il tentativo di escluderli dalle rappresentazioni pubbliche. L'oblio ufficiale, in questi casi, si è infatti scontrato nel tempo con il bisogno di memoria espresso da determinate associazioni o gruppi nazionali. E' il caso ad esempio dell'Hotel Balkan, o Narodni Dom, di Trieste. In pieno centro, era la sede di tutte le principali attività – culturali, politiche ed economiche – della minoranza slovena in città. La sua distruzione nel 1920, ad opera delle squadre fasciste locali, rappresenta ancor oggi per la comunità slovena il simbolo dell'inizio dell'aggressione da parte italiana nei loro confronti. Eppure quell'edificio, che oggi ospita la Scuola superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori dell'Università di Trieste, non reca alcuna traccia della propria passata funzione né di quegli eventi drammatici. Il ricordo di quel passato è affidato alla protesta di alcune associazioni che ogni anno – nel silenzio ufficiale – organizzano una commemorazione di fronte all'edificio.

Ci sono infine luoghi, come Basovizza, che hanno catalizzato una sorta di scontro del ricordo, sia relativamente al dibattito storico che al confronto tra diversi gruppi politici e nazionali. Si tratta di uno dei luoghi più importanti nel ricordo delle vittime italiane delle foibe, ancora oggi al centro di discussioni volte a determinare l'esatto numero di quelle vittime e la reale natura di quella cava. Nel dibattito pubblico italiano, tuttavia, quello è oggi il luogo simbolo delle violenze scatenate dalle forze jugoslave contro gli italiani sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Per gli sloveni, invece, quello stesso luogo è un importante simbolo della persecuzione da loro subita durante il regime di Mussolini. Proprio a Basovizza, infatti, furono fucilati 4 oppositori divenuti un emblema dell'antifascismo sloveno, e oggi ricordati con una lapide poco distante dal monumento alle vittime delle foibe.

Nel prendere in considerazione i luoghi della memoria, è dunque sempre importante chiedersi se, e come, questi ci aiutino a comprendere il passato. La pietra con cui i monumenti sono costruiti rappresenta infatti la fissità del ricordo che una società ha voluto scegliere per tramandare un determinato evento. Quella fissità può tuttavia essere valutata sotto diverse prospettive, e la memoria è una forza in continua trasformazione. Ecco perchè questi luoghi andrebbero valutati anche nella loro biografia ed evoluzione, dato che il loro significato cambia nel corso del tempo, e un monumento di importanza fondamentale in un certo periodo può essere destinato all'oblio in un'epoca successiva. Alla luce del percorso di costruzione europeo, inoltre, è utile chiedersi se possano esistere luoghi della memoria che contengano in qualche modo tutte le storie di sofferenza legate ad un determinato luogo o evento, e non solo quelle di una parte o dei vincitori.


Hotel Balkan

L'Hotel Balkan era la sede delle organizzazioni culturali, economiche e politiche degli sloveni triestini. Originariamente denominato Narodni Dom (“Casa del popolo”), fu realizzato tra il 1901 e il 1904 secondo il progetto dell'architetto Max Fabiani. Si trattava di un ampio edificio moderno e plurifunzionale nel centro di Trieste, che raccoglieva una sala di teatro, uffici per varie organizzazioni, banche e assicurazioni. Era amministrato da un consorzio che decise da subito di aprire un hotel al suo interno, per renderlo autosufficiente dal punto di vista economico. L'edificio fu perciò spesso indicato dalla comunità italiana della città con il nome dell'hotel: Hotel Balkan.

L'Hotel Balkan divenne il simbolo della repressione antislovena a Trieste. Il 13 luglio 1920 esplosero in città violenti tumulti di stampo anti-slavo, a seguito di uno scontro tra le forze d'occupazione italiane e la popolazione croata di Spalato, in Dalmazia. Nel corso dei tumulti, nei quali furono vandalizzati numerosi negozi sloveni e alcune sedi di organizzazioni slave e socialiste, le squadre fasciste sotto la guida di Francesco Giunta appiccarono il fuoco all'Hotel Balkan, impedendo l'intervento dei vigili del fuoco e mandando così in fumo archivi e testi della memoria della comunità slovena triestina. L'incendio distrusse completamente l'edificio.

L'Hotel Balkan fu espropriato alle organizzazioni slovene (che vennero definitivamente dissolte con decreto nel 1927), e il rogo rimase simbolo dell'inizio della persecuzione fascista.

Dopo la seconda guerra mondiale, la comunità slovena cercò più volte di recuperare la proprietà dell'edificio, ma fu soltanto con la Legge di tutela della minoranza slovena del 2001 che venne aperta la possibilità giuridica per il recupero. Nell'edificio ristrutturato di Via Filzi 14 ha oggi sede la Scuola superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori dell'Università di Trieste e l'Ufficio informativo sloveno.

Ogni 13 luglio, associazioni slovene organizzano un atto commemorativo e di protesta davanti all'edificio, reclamando la piena restituzione dell'edificio e una placca che ricordi il significato storico dell'incendio.

Redipuglia

Redipuglia, dallo sloveno "sredij polije", ovvero “terra di mezzo", è il più grande Sacrario Militare Italiano ed uno dei più grandi al mondo. Venne realizzato su progetto dell'architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. Inaugurato nel 1938, custodisce le salme di 100.000 caduti della Prima Guerra Mondiale. Sorge all'interno del territorio comunale di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia.

L'opera, realizzata sulle pendici del Monte Sei Busi, teatro di aspre battaglie nella prima fase della Grande Guerra, si presenta come lo schieramento militare di un'armata di 100.000 uomini. Alla base c'è la tomba del Duca d'Aosta, comandante della III Armata, cui fanno ala quelle dei suoi generali. Seguono disposte su ventidue gradoni le salme di 39.857 caduti identificati. Su ogni gradone è riportata la scritta: “Presente”. Nell'ultimo gradone, in due grandi tombe comuni ai lati della cappella votiva, sono sepolti 60.330 Caduti Ignoti.

Il grande mausoleo venne realizzato di fronte al primo cimitero di guerra della Terza Armata, sul Colle Sant'Elia, che oggi è una sorta di museo all'aperto noto come Parco della Rimembranza.

Ai lati dell'ingresso e dell'uscita del Sacrario sono riportate due epigrafi.

Ingresso:
“Non curiosità di vedere ma proposito di ispirarvi vi conduca.
Agli Invitti
che diedero per la Patria tutto il sangue
solo è degno di accostarsi chi ha nel cuore la Patria”

Uscita:
“O viventi che uscite
se non vi sentite più sereno e più gagliardo l'animo
voi sarete qui venuti invano.
O viventi che uscite
se per voi non duri e non cresca la gloria della Patria noi saremo morti invano”

Risiera di San Sabba

La Risiera di San Sabba (in sloveno: Rižarna pri Sveti Soboti) è stato un campo di detenzione e transito nazista situato nella città di Trieste. Fu l'unico lager italiano all'interno del quale venne installato un forno crematorio e nel quale le autorità tedesche compirono uccisioni, in un primo momento mediante gas (usando i motori diesel degli autocarri), in seguito mediante fucilazione o altri metodi. La struttura, secondo il resoconto della Commissione Mista Italo-Slovena, era destinata “all'eliminazione su larga scala degli antifascisti, in primo luogo sloveni e croati, ma anche italiani, [...] [e] utilizzata anche come centro di raccolta per gli ebrei da deportare nei campi di sterminio”.

Il complesso di edifici dello stabilimento, originariamente destinato alla pilatura del riso, era stato costruito nel 1913 nel rione di San Sabba, alla periferia di Trieste. Fu trasformato in campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943, e denominato Stalag 339. E' a partire dall'ottobre 1943 che cominciò ad essere utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia, come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte, e come luogo di eliminazione di ebrei e detenuti politici sloveni, croati ed italiani.

Supervisore della Risiera fu l'ufficiale delle SS Odilo Globocnik, triestino di nascita.

All’inizio del 1944 l'essiccatoio della risiera fu trasformato in forno crematorio. Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane. Le vittime della Risiera di San Sabba sarebbero circa 5.000.

Nel campo erano presenti diversi edifici che oggi non esistono più, in seguito alla trasformazione in campo profughi per gli esuli giuliano-dalmati nel 1945, e alla seguente ristrutturazione e trasformazione in "Monumento Nazionale" con Decreto del Presidente della Repubblica 15 Aprile 1965.

Basovizza

Basovizza (Bazovica in sloveno) è una frazione del comune di Trieste, nella zona nord-est, sull'altopiano del Carso, a 377 metri di altitudine.

Nei pressi della località si trovano la nota foiba e un monumento che ricorda quattro antifascisti sloveni condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato nel 1930.

La foiba di Basovizza non è in realtà una vera foiba, cioè una cavità carsica di origine naturale, ma un pozzo minerario scavato all'inizio del ventesimo secolo per l'estrazione del carbone e poi abbandonato per la sua improduttività.

Secondo la versione accettata dalla maggioranza degli storici, nel maggio 1945 vi venne occultato un numero imprecisato di cadaveri di prigionieri, militari e civili italiani, uccisi dall'esercito jugoslavo dopo processi sommari e gettati nella fossa.

Prima del 1945 il pozzo minerario era profondo 228 metri, mentre dopo il 1945 i metri erano diventati 198, per cui si hanno 250 metri cubi che sarebbero stati riempiti con corpi umani.

Non è ancora stata possibile tuttavia un'adeguata ispezione della cavità, anche perché tra il 1954 e il 1957 la cosiddetta foiba venne adibita a discarica comunale e sui metri cubi della discordia ci sono diverse decine di metri di detriti vari. Nel 1957, infatti, il pozzo era diventato profondo solo 135 metri rispetto ai 198 metri del 1945.

In generale, i numeri delle vittime della foiba di Basovizza e di tutte le altre foibe variano da alcune centinaia ad alcune migliaia. Secondo gli storici della Commissione Mista Italo-Slovena, la violenza scatenata nella primavera del '45 dalle forze di occupazione jugoslave nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano “trovò espressione nell'arresto di molte migliaia di persone, parte delle quali venne in più riprese rilasciata - in larga maggioranza italiani, ma anche sloveni contrari al progetto politico comunista jugoslavo - in centinaia di esecuzioni sommarie immediate, le cui vittime vennero in genere gettate nelle "foibe", e nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (come quello di Borovnica) creati in diverse zone della Jugoslavia”.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo minerario di Basovizza, poi definito foiba, monumento nazionale con decreto datato 11 settembre 1992.

Il 10 febbraio 2007 dopo una serie di lavori di recupero e di restauro dell'area monumentale, è stato ufficialmente inaugurato il nuovo sacrario in onore dei martiri delle foibe.

Nella stessa località si trova il monumento ai "martiri di Basovizza", i quattro antifascisti sloveni fucilati il 6 settembre 1930. Nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, i quattro erano divenuti un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "eroi di Basovizza".

Nell'immediato dopoguerra, le associazioni slovene locali costruirono un monumento ai quattro fucilati. Ogni anno vi si svolge un atto di commemorazione, al quale partecipano, negli ultimi anni, anche rappresentanti dello stato sloveno.

Goli Otok

Goli Otok è una piccola isola che si trova nell'Adriatico settentrionale, poco distante dalla costa croata, tra le isole maggiori di Rab e Krk. Il suo nome (“Isola calva”, “Isola nuda”) deriva dalla pressoché totale assenza di vegetazione che la caratterizza.

Durante il periodo asburgico venne adibita a carcere per i prigionieri di guerra russi catturati dall'esercito austroungarico sul fronte orientale.

Nel periodo della Jugoslavia socialista, a partire dal luglio 1949, fu trasformata in campo di concentramento per gli oppositori del regime di Tito. Dopo la rottura tra Tito e Stalin, avvenuta nel 1948, vennero deportati sull'isola molti comunisti, jugoslavi e non, ritenuti vicini all'Unione Sovietica o alle posizioni di Stalin. Tra questi anche numerosi italiani che avevano lasciato il Paese dopo la seconda guerra mondiale per trasferirsi in Jugoslavia e partecipare all'edificazione del socialismo.

Sull'isola vennero rinchiusi anche detenuti politici anticomunisti e criminali comuni. La vicina isoletta di Grgur venne invece adibita a prigione femminile.

Secondo il giornalista e scrittore Giacomo Scotti, il totale dei detenuti politici a Goli Otok può essere stimato in oltre 30.000, dei quali circa 4.000 morirono per le torture o lo sfinimento.

I prigionieri di Goli Otok dovevano lavorare in una cava di pietra, sotto qualsiasi condizione atmosferica (caldo torrido durante l'estate e vento di bora in inverno). Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, l'isola era soprattutto un luogo destinato all'annientamento psicologico dei detenuti, che venivano regolarmente torturati, umiliati e picchiati.

Goli Otok cessò di essere un carcere politico nel 1956. A seguito della normalizzazione dei rapporti tra Jugoslavia e URSS, dopo la morte di Stalin, fu convertita in carcere per detenuti comuni. La colonia penale fu chiusa definitivamente solo nel 1988.

Oggi l'isola è completamente disabitata, visitata da turisti occasionali e periodicamente frequentata da pastori provenienti dalla vicina isola di Rab con le loro greggi. Gli edifici che costituivano l'ex campo di concentramento sono abbandonati e in rovina.

Il campo di concentramento di Rab/Arbe

Il “Campo di concentramento per internati civili di guerra – Arbe” fu instaurato nel luglio del 1942 dal regime di occupazione italiano in località Kampor, nell'isola di Rab/Arbe, in Croazia. In poco più di un anno di funzionamento - il campo cessò di esistere 1'11 settembre del 1943, dopo la capitolazione dell'Italia - il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.200 internati, principalmente per fame e freddo. Secondo lo storico sloveno Bozidar Jezernik, la conta totale dei morti di Arbe arriva a 2.000 persone, se si prendono in considerazione coloro che morirono di stenti dopo essere stati ricollocati in altri campi di concentramento italiani, come quello di Gonars. Secondo Jezernik, che ha basato le proprie ricerche su documenti italiani e rapporti di funzionari ecclesiastici sloveni e croati, più di cento vittime erano bambini di meno di 10 anni.

I prigionieri di Rab/Arbe, 10.000 secondo alcune fonti, circa 15.000 secondo il Centro Simon Wiesenthal, erano ammassati in tende e baracche e divisi in due sezioni: una per croati e sloveni, l'altra per gli ebrei. Le tende e baracche erano circondate da recinzioni di filo spinato e torri di guardia. Nel campo non c'era alcun tipo di assistenza medica, l'acqua e il cibo erano scarsi. Gli internati erano tutti civili, provenienti dalle zone occupate della Slovenia, della Croazia e (in parte) della Venezia Giulia. Croati e sloveni erano sospettati di appoggiare la resistenza, mentre gli ebrei erano rinchiusi nel campo per motivi razziali. Le donne e i bambini internati provenivano da villaggi accusati di sostenere i partigiani. Secondo le testimonianze, gli ebrei erano sottoposti ad un trattamento leggermente migliore rispetto agli jugoslavi. Anton Vratusa, ex prigioniero di Rab poi ambasciatore jugoslavo alle Nazioni Unite, ricorda 4 distinti campi a Rab e un luogo cui i prigionieri si riferivano come al “quinto campo”, dove venivano sepolte le centinaia di persone che morivano di fame, freddo o malattia.

Dopo la liberazione del campo ad opera dei partigiani, oltre 200 sopravvissuti ebrei formarono il “Battaglione Rab” che combatté contro nazisti tedeschi e ustascia croati.

Nel 1953, sul luogo dell'ex campo di concentramento venne eretto un Memoriale progettato dall'architetto sloveno Edvard Ravnikar. Il monumento fu edificato con il lavoro forzato degli internati del vicino campo di concentramento jugoslavo di Goli Otok.

Transalpina

La piazza della Transalpina, a Gorizia, prende il nome dalla linea ferroviaria che collega Trieste con l'Europa centrale, inaugurata dall'arciduca Francesco Ferdinando d’Austria nel 1906.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947, un muro divise in due la piazza per separare la zona jugoslava da quella italiana.

Il cosiddetto "Muro di Gorizia", una recinzione in calcestruzzo sormontata da una ringhiera ad altezza d'uomo, separava tutto l'abitato goriziano rimasto italiano dai quartieri periferici e dalla stazione ferroviaria della linea Transalpina, che al termine della seconda guerra mondiale furono annessi alla Jugoslavia.

La piazza della Transalpina divenne così uno dei simboli della separazione politico-ideologica tra l'Europa occidentale e quella orientale durante gli anni della guerra fredda.

Nella parte jugoslava, successivamente alla separazione, sorse la città di Nova Gorica (Nuova Gorizia), con l'intenzione di contrapporre simbolicamente i progressi del mondo socialista a quello capitalista.

Nel 2004, a seguito dell'ingresso della Slovenia nell'Unione Europea, il muro che divideva in due il piazzale è stato smantellato. Nella piazza della Transalpina, in luogo della parte centrale del muro, oggi c'è un mosaico circolare e il confine di Stato - rimossa la barriera fisica - è ora indicato da una linea di mattonelle di pietra.

Fino al 22 dicembre 2007 la libera circolazione era possibile solo all'interno della piazza; con l'ingresso della Slovenia nell'area di sicurezza definita dagli Accordi di Schengen, il confine è stato eliminato del tutto.

Nella memoria dei goriziani, uno dei simboli più evidenti della guerra fredda fu proprio la stella rossa collocata sul frontone del palazzo della stazione, accompagnata dalla scritta in serbo-croato «Mi gradimo socijalizam» («Noi costruiamo il socialismo»). A seguito dell'indipendenza slovena, la stella venne dapprima addobbata come una stella cometa in occasione del Natale, e successivamente rimossa. Oggi è conservata all'interno della stazione.



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Data-Ora: 9 Jul 2008, 8:15 am
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