La Serbia starebbe in sostanza cercando da un lato di riposizionarsi internazionalmente, guadagnando una posizione geostrategica che aveva perso da tempo e dall'altro cercherebbe di sfruttare la lotta al terrorismo islamico per far quadrare i conti con l'insoddisfacente e insicura situazione in Kosovo.
Dopo gli attentati agli Stati uniti dell'11 settembre e in particolare dopo l'inizio della "guerra contro il terrorismo", si è verificata una revisione degli assetti geopolitici del mondo intero e naturalmente ciò ha coinvolto anche i Balcani.
Praticamente tutti i paesi dell'aerea balcanica hanno dato il pieno appoggio alla lotta contro il terrorismo, entrando in questo modo nella ampia coalizione mondiale supportata dall'Occidente. La Macedonia, che ha offerto, sotto richiesta americana, i propri aeroporti di Ohrid e di Skopje (Ansa, 09-10-2001), la Bosnia-Erzegovina che, nonostante le imbarazzanti problematiche derivanti dalla presenza di mujahedin nel paese durante la guerra degli anni novanta, ha confermato la piena disponibilità a contribuire alle azioni antiterrorismo, e la Federazione di Jugoslavia, che sin dall'inizio ha dimostrato la propria disponibilità a collaborare, riconfermata anche di recente, durante l'incontro dell'ambasciatore degli USA, William Montgomery, con il presidente del Consiglio civico del Parlamento Federale, Dragoljub Micunovic (Danas, 10-10-2001).
Nuovi e vecchi terrorismi
Tuttavia nei Balcani, ma non solo in essi, si presenta ora la possibilità di sistemare i conti in sospeso con i cosiddetti terroristi locali. Così, se il nazionalismo della Macedonia, per esempio, cerca di sfruttare l'odierno sconvolgimento mondiale, alimentando attraverso i media la preoccupazione che ci possano essere delle relazioni tra il terrorismo di Osama bin Laden e i guerriglieri dell'esercito di Liberazione Nazionale (cfr. "Dove sei stato bin Laden?", 30-09-2001 Notizie Est), il potere di Belgrado si è lanciato in una campagna contro i cosiddetti terroristi del vecchio UCK kosovaro. Vale a dire che la dilatazione del concetto di terrorismo può produrre in questo momento la riapertura degli sfoghi nazionalistici e dei correlati conflitti interetnici. Non per niente Zeljko Cvijanovic, riferendosi al caso della Serbia, scrive in un articolo per l'IWPR (Belgrade exploit war on terror, 3-10-2001) che "alcuni politici si sono spinti oltre, proiettando le atrocità dell'11 settembre come parte di un male di lunga durata del quale la Serbia è stata una delle prime ed incomprese vittime". Tra questi politici che ritengono che "i serbi di Bosnia e del Kosovo sono stati vittime del terrorismo islamico quanto i morti del World Trade Center e del Pentagono", trova la sua collocazione il vice primo ministro della Serbia Nebojsa Covic, che tra l'altro è considerato il risolutore della crisi tra albanesi e serbi al Sud della Serbia, nella regione di Presevo, Bujanovac e Medvedja.
Ciò che emerge dall'articolo di Cvijanovic è l'opportunità che il governo di Belgrado avrebbe di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti dopo i bombardamenti del 1999. Secondo quanto dichiarato dall'esperto di sondaggi Srdjan Bogosavljevic all'IWPR, "i belgradesi sono già pronti a dire che la responsabilità dei bombardamenti è da attribuire a Bill Clinton e Madeleine Albright e non agli USA e alla NATO". La Serbia, quindi, sembra intenzionata a sfruttare l'opportunità per diventare un capace e volenteroso partner nello sforzo anti-terrorismo, nella speranza di diventare il centro della cooperazione regionale nei Balcani. Ipotesi in parte corroborate dagli incontri e dalla parole dell'ambasciatore americano Montgomery. Ciò che più preoccupa è tuttavia l'attuale situazione in Kosovo alla vigilia delle elezioni, alle quali i serbi kosovari, pur essendosi registrati in gran numero, ancora non hanno deciso se presentarsi oppure no.
Le reazioni del governo serbo e i moniti di Covic
In effetti le reazioni del governo di Belgrado agli attentati sono state immediate, così come è stata immediata l'informazione sul presunto coinvolgimento di bin Laden in Kosovo e in Bosnia-Erzegovina. Secondo quanto affermato dal vice presidente Covic "ci sono stati oltre 10.000 mujahedin in Bosnia-Erzegovina"- aggiungendo che - "sono tutti dei piccoli bin Laden". Ma aldilà della sovrastima fatta da Covic circa il numero di mujahedin, preoccupa di più la reazione che tali parole potrebbero suscitare sul sentimento popolare, di per sé già messo a dura prova dalla difficile convivenza tra serbi e albanesi.
Alcuni media come il quotidiano belgradese "Politika" o come il settimanale "Nedeljni Telegraf", che gode di stretti collegamenti con la polizia segreta serba, hanno immediatamente riportato notizie circa la possibilità di un'estensione della guerra santa nei Balcani, a partire da alcune aeree calde come la Bosnia e il Kosovo. Aree che, per la forte presenza di cittadini di religione musulmana, sarebbero a stretto contatto con i terroristi di Al Qaeda, l'organizzazione di bin Laden. Anche il ministro dell'Interno, Dusan Mihajlovic ha dichiarato il 17 settembre che l'Organizzazione di bin Laden "ha due basi in BiH, è presente in Albania, e dispone di altre due basi in Kosovo". Inoltre il ministro dell'Interno ha aggiunto che "sappiamo anche chi sono le persone che guidano quelle organizzazioni, e tale rete globale dell'organizzazione di bin Laden ha i suoi rami anche in tre organizzazioni specializzate che sono presenti anche nel nostro territorio, inclusa la Macedonia" (AIM, A. Ciric, vedi link).
Il 20 settembre il capo del Centro di coordinamento per il Kosovo e vice presidente del governo serbo, sempre il dott. Nebjosa Covic, afferma che esistono dati sui gruppi terroristi denominati "Aquile nere" di Nuredin Ibisija e "Cobra" di un certo Kuscetra che sempre secondo le parole di Covic sono responsabili dell'esplosione di un autobus, nella quale sono morti 11 serbi e 40 sono rimasti feriti, in collegamento alla bomba posta sotto la macchina di Alexandar Petrovic, capo dell'ufficio della SRJ a Pristina. Come principale finanziatore di questi gruppi, che sarebbero pronti ad eseguire attentati simili anche a Belgrado, Covic ha identificato un certo Bejeta Pacolija, e ha richiesto all' UNMIK il suo arresto perché "gli attacchi terroristici in Kosovo, al sud della Serbia e anche in Macedonia sono svolti dalle stesse persone, collegati direttamente con gli attentati a New York e Washington" (AIM, cit.).
Tuttavia le dichiarazioni di Covic lo stesso giorno vengono smentite dal ministro della difesa della SRJ, Slobodan Krapovic, il quale risponde brevemente, in un'intervista per la BBC a Londra, che il governo di Belgrado non dispone di dati riguardanti il coinvolgimento di bin Laden in Bosnia, Kosovo e Macedonia. Dichiarazione che viene confermata anche dal capo della direzione per la lotta contro la criminalità organizzata del MUP (Ministero dell'Interno) serbo, Radovan Knezevic, il quale appunto sostiene che "il ministero per ora non ha dati operativi per poter affermare che sono possibili attentati sul territorio della Serbia".
Ma il vice premier di governo Covic insiste nelle sue dichiarazioni, questa volta in un'intervista per il settimanale serbo NIN il 27 settembre, affermando di non aver inventato nulla, e che i dati sono disponibili presso il MUP. Si tratterebbe di un centinaio di persone pronte ad organizzare azioni terroristiche. Sempre Covic durante una conferenza stampa a Bujanovac, commentando gli attacchi della Gran Bretagna e degli Usa sull'Afganistan, non solo conferma che nel sud della Serbia negli ultimi anni si sono verificati attentati terroristici, ma precisa inoltre che "ogni futuro atto armato che accadrà verrà qualificato non diversamente da un atto terroristico" (Danas 8-10).
A dare manforte a Covic giungono anche le parole del ministro della Giustizia, Vladan Batic, che di nuovo ha chiesto a Carla del Ponte che vengano messi agli arresti Hasim Thaci, Ramus Hajredinaj e Agim Ceku (i primi due sono due ex-leader dell'UCK e ora capi di due partiti kosovari, mentre il terzo, anch'egli ex-combattente, è il capo del Corpo di protezione del Kosovo). Batic sostiene infatti che "è chiaro al mondo intero che essi sono colpevoli di crimini di guerra e dopo quanto accaduto in America siete ancora più obbligati a riconoscerlo, perché non è più solo in questione il Kosovo o la Macedonia né il Tribunale de L'Aja, ma bensì la lotta internazionale contro il terrorismo" (AIM, cit.).
La Serbia starebbe in sostanza cercando da un lato di riposizionarsi internazionalmente, guadagnando una posizione geostrategica che aveva perso da tempo e dall'altro cercherebbe di sfruttare la lotta al terrorismo islamico per far quadrare i conti con l'insoddisfacente e insicura, come è stata definita anche da parte occidentale, situazione in Kosovo.
Vedi anche:
Articolo Notizie Est
Belgrade exploit war on terror, 3-10-2001
SRJ u ratu protiv terorizma, 8-10-2001.
UNMIK