BalcaniCooperazione

venerdì 05 settembre 2008 17:29

Osservatorio Caucaso


 
Copertine
26.09.2007   «Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità».

La guerra, le figure fosche di Milosevic, Karadzic e Mladic, ma anche le contraddizioni e i voltafaccia della componente musulmana durante la guerra e i nazionalismi sorti dalla devastazione bellica sono rivelati e spiegati in un libro carico di pathos destinato a finire tra i grandi volumi di storia.

In questo libro, il militare serbo che difese Sarajevo, che ha “adottato” un nipote musulmano (foto di copertina) e ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra, racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata.

«Che vuoi che ti dica, compagno Divjak. L’unica cosa che ci resta è l’amore per questa straordinaria terra e per questa città unica al mondo che tu hai difeso con onore e che continui a onorare occupandoti degli orfani di guerra. Posso dirti che ti ringrazio per quello che hai fatto e che fai, ignorando i briganti oggi al potere. Dirti che amo ancora quel luogo come se l’avessi lasciato ieri. Ci torno, e il tempo è come se non fosse passato. Per me è tutto come allora, quando vidi Sarajevo la prima volta sotto la Luna, sotto le ultime nevi dell’Igman» (dall’introduzione di Paolo Rumiz).

web Infinito Edizioni
Immagine: Sarajevo mon amour, Jovan Divjak, Infinito Edizioni 2007

24.05.2007   "Come e quando a un individuo o a una collettività viene in mente di interrogarsi sulla propria identità etnica, nazionale o di appartenenza? Tale interrogativo sorge automaticamente al momento dell’incontro/scontro con l’Altro, con il diverso, con chi parla un’altra lingua o porta un insieme di abitudini e consuetudini differenti dalle proprie. Finché la condizione del gruppo è quella di un comune destino di semplice appartenenza, senza alcun richiamo di scelta o di alternativa, la questione di identità non ha alcuna caratteristica di ambiguità e non costituisce un problema. Il problema sorge quando la condizione di appartenenza si complica, diventa ambigua o compromettente, quando subentrano le scelte e le alternative."

L'analisi delle identità albanesi e della dinamica del loro sviluppo in diversi contesti culturali e geo-politici può servire come risposta generale agli interrogativi intorno ad alcuni aspetti importanti del problema "etnia". L’approccio psico-antropologico assunto in questo libro aiuta a mettere a fuoco non solo il problema culturale dell'etnia ma anche quello psicologico dell'individuo.

"Gli ultimi due secoli, pieni di stravolgimenti epocali storici e geopolitici, hanno fatto dei Balcani un cantiere dinamico di lavori in corso e un laboratorio di prova per lo sviluppo dinamico della personalità, dell’identità individuale e delle appartenenze collettive, del plasmarsi di gruppi sociali e delle loro coscienze nazionali. Le ultime guerre balcaniche ci hanno ricordato che la storia per i collettivi è come la memoria per l’individuo: se si nega o si rimuove ritorna come un fantasma irrequieto."
Immagine: Identità albanesi, Fatos Dingo, Bonanno editore 2007

08.05.2007   Ma perché te la sei presa in casa? Nei giorni della guerra in Libano, Sara, interprete solitaria e introversa, sente per caso queste parole su un autobus e viene aggredita dai ricordi: di quando, nei mesi difficili dopo l’abbandono del marito, viveva con lei Musnida, una collega fuggita da Sarajevo. Ma perché te la sei presa in casa? le ripeteva continuamente sua sorella, allora.
Anche Musnida, aveva una sorella. Come quella di Sara, era una sorella affascinante, molto più bella e più forte di lei. Un’eroina, uccisa mentre tentava di recuperare il corpo di uno dei fratelli, morti combattendo su fronti opposti. L’Antigone di Sarajevo, avevano scritto di lei i giornali, gonfi di retorica. Musnida, invece, era un soggetto imbarazzante: una sorella opaca, come la Ismene di Sofocle.

Eppure anche Ismene ha una sua verità. Una voce antica, che si intrufola a tratti nei goffi tentativi di Sara di decifrare i misteri di Musnida, della sua famiglia, della sua terra; mentre la convivenza si prolunga, fra vicinanza e insofferenza, fra mute nausee e rumorosi congressi, fra l’imbarazzante invadenza della sorella di Sara e l’irritante ticchettio di un computer, dietro una porta chiusa.
Nel faticoso dipanarsi di vita quotidiana e grovigli esistenziali irrisolti, fra le tre coppie di sorelle (quella di quaggiù, quella di laggiù, quella del Mito) rimbalzano come in un gioco di specchi gli interrogativi dell’oggi: le guerre infinite, le barriere che frantumano le identità e la vita, la paura dell’Altro che fa da scudo alla paura di ascoltare noi stessi.

«In silenzio, lei si è fatta spazio nella mia vita, in punta di piedi. In silenzio ha aperto la sua valigia, e ha messo le sue cose nel mio armadio, in bell’ordine. Non c’era altra soluzione, di armadio ne avevo uno solo. Che me ne faccio di tanti armadi? avevo detto a mia sorella, quando me l’aveva fatto notare. Poi però Musnida ci aveva appeso il suo vestito, ed era di seta. Una specie di tunica morbida, azzurro cangiante, tirata fuori con cura da quella sua valigia incredibile: non una cosa che fosse spiegazzata, e il vestito piegato per bene, sopra a tutto il resto... Mi ha dato fastidio, non so spiegare perché.»

Chiara Ingrao, nata nel 1949, è sposata con Paolo Franco e ha due figlie, due figliocci e una nipotina. Di professione interprete, ha lavorato anche come sindacalista, programmista radio, parlamentare, consulente del ministro per le Pari opportunità. È impegnata nel femminismo sin dagli anni Settanta, e nel pacifismo dagli anni Ottanta. Fondatrice dell’Associazione per la pace, ha contribuito alle prime iniziative comuni fra pacifisti israeliani e palestinesi, al movimento contro la guerra in Iraq, alle iniziative di pace e di solidarietà nei Balcani. Per BCDe ha pubblicato nel 2005 Soltanto una vita (firmato con la madre, Laura Lombardo Radice, di cui il libro racconta la vita e raccoglie gli scritti). In precedenza ha scritto: Né indifesa né in divisa (1987, con Lidia Menapace), e Salaam Shalom – Diario da Gerusalemme, Baghdad e altri conflitti (1993); nel 2001 ha curato, con Cristiana Scoppa, il volume Diritti e rovesci – I diritti umani dal punto di vista delle donne, e il sito internet www.dirittiumani.donne.aidos.it saggi, e brani tratti da altri libri, sono scaricabili gratuitamente alla pagina www.chiaraingrao.it.
Immagine: Il resto è silenzio, Chiara Ingrao, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007

07.05.2007   image 1 left medium>È uscito il nuovo libro di Stefano Lusa, dal titolo La dissoluzione del potere – Il partito comunista sloveno e la democratizzazione della repubblica. Si tratta di uno studio che si occupa delle dinamiche interne della lunga transizione slovena e che analizza gli aspetti politici e sociali dal 1980 sino alla disgregazione della Jugoslavia.

“Nell’affrontare la ricerca sugli anni Ottanta in Slovenia e sul difficile processo della sua emancipazione dalla Federazione jugoslava, Stefano Lusa, si è trovato in una posizione privilegiata rispetto a tanti storici, impegnati nell’indagine del più recente passato. Avendo la Jugoslavia socialista cessato di esistere, la Repubblica di Slovenia ha deciso di ignorare la regola dei trenta anni e aprire i propri archivi senza (o quasi) alcuna restrizione. Ciò ha permesso a Stefano Lusa di dare alla sua ricerca uno spessore che indagini di questo genere non hanno”.

Tratto dalla prefazione del libro del prof. Jože Pirjevec.

Stefano Lusa è nato nel 1968 a Capodistria in Slovenia, dove vive e lavora. Si è laureato a Trieste ed ha conseguito il dottorato di ricerca presso l'Università di Torino. È autore del volume Italia – Slovenia 1990 1994, pubblicato a Pirano per le edizioni il Trillo nel 2001. Ha scritto svariati saggi sui rapporti italo-sloveni e sul processo di democratizzazione in Slovenia.

per ordinare il libro: www.kappavu.it
Immagine: La dissoluzione del potere, Stefano Lusa, Kappa Vu edizioni 2007

07.05.2007   Come si sviluppano i conflitti nell’arena della politica internazionale? E quali sono i meccanismi e le dinamiche che determinano la loro escalation? Esistono modalità "alternative" (all’uso della forza) per la loro risoluzione? E quali spazi ci sono per l’intervento della comunità internazionale? Queste sono alcune delle domande rispetto alle quali il volume cerca di fornire spunti di riflessione e risposte, attraverso la "lettura" dal punto di vista storico e la "rilettura" secondo le teorie e le tecniche della trasformazione dei conflitti, di due importanti crisi degli ultimi anni: il conflitto nel Darfur e la guerra in Cecenia. Il conflitto nella regione occidentale del Sudan viene conosciuto a livello internazionale solo a partire dal 2003 (è stato definito "il disastro umanitario più grave del mondo"). In realtà esso è la conseguenza di una dinamica che si protrae da molto tempo e che ancora nasconde aspetti controversi sul ruolo dei protagonisti (il governo di Khartoum, le milizie arabe dei janjaweed, i movimenti di opposizione), anche rispetto alle prospettive negoziali in vista di una soluzione alternativa. Il conflitto in Cecenia segue parimenti una dinamica storica (le secolari tensioni tra russi e ceceni) e costituisce un tratto caratteristico della regione caucasica. Esso raggiunge il culmine dell’escalation dopo la fine dell’Unione Sovietica. In questo quadro sono avvenuti negli ultimi anni due sequestri che hanno segnato la svolta nel conflitto: quello del teatro Dubrovka a Mosca (ottobre 2002) e quello della scuola di Beslan (settembre 2004).
Immagine: Le sfide della dilpomazia internazionale, Stefano Cera, Led editore 2006

07.05.2007   Il sogno kosovaro dell’indipendenza, il riscatto della Serbia del dopo-Milosevic, la resurrezione di Sarajevo, un Montenegro nuovamente sovrano, le meraviglie dell’Albania e il bisogno di identità dei macedoni: i Balcani restano terra da leggenda, capaci di scompaginare vite e confini. Cercano disperatamente di ricongiungersi all’Europa, ma sono ancora illuminati dalla luce riflessa dell’Oriente. L’Europa è l’altra protagonista di questo saggio-racconto. Perché la storia recente dei Balcani ne evoca i momenti più tragici. E perché sarà proprio il destino del progetto europeo a dirci se le disgregazioni della ex Jugoslavia vadano considerate un residuo del nostro passato continentale o l’annuncio del futuro. Pagine in bilico tra incanto balcanico e sogno europeo. Appassionate, che sconfessano ogni cliché. Scritte con la consapevolezza che nulla può dirsi acquisito per sempre dalla storia e che da un giorno all’altro potremmo risvegliarci tutti in un’Europa diversa da quella in cui abbiamo avuto la fortuna di crescere.
Immagine: Infiniti Balcani, Fernando Gentilini, Edizioni Pedragon 2007

05.04.2007   Cosa accade in casa, quando parti per le vacanze? L’ultimo giro di chiave è il segnale segreto che dà avvio a una prodigiosa trasformazione. Improvvisamente, lo spazio deserto e silenzioso si popola di una folla di personaggi. Chi sono? Da dove vengono? Cosa fanno? Saranno le immagini di questo libro a sciogliere l’enigma. Grazie a loro scoprirai che i luoghi a te più familiari nascondono sconcertanti segreti. E possono diventare teatro di fatti meravigliosi.

Maja Celija, l'autrice, è nata a Maribor nel 1977 e ha vissuto a Pola, in Croazia, dove ha compiuto studi classici. Trasferitasi a Milano, ha conseguito nel 1998 il diploma di illustrazione presso l'Istituto Europeo di Design e, nel 2002, quello di grafica presso la scuola C.F.P. Bauer. Ha collaborato con numerose riviste fra cui “Ventiquattro” e “Diario della settimana”, e con il quotidiano “Glas Istre”. Ha pubblicato volumi illustrati per Carthusia Edizioni, Editori Riuniti, Woongjin. Sue illustrazioni sono state esposte in mostre collettive e personali in tutto il mondo. Vive e lavora a Pesaro.

Il libro può essere ordinato presso Topipittori
Vai ad un'intervista a Maja Celija
Immagine: Chiuso per ferie, Maja Celija, Topipittori 2006

15.03.2007   Il volume analizza l’evoluzione politica, economica e sociale della Grecia dell’ultimo trentennio; le date che definiscono il periodo sono estremamente significative: il 1974 ha visto il crollo della giunta dei Colonnelli e il pieno recupero della democrazia per la Repubblica Ellenica; il 2004 è l’anno che, con le Olimpiadi di Atene, ha cambiato per sempre la storia del paese. Contrariamente alla diffusa opinione che la Grecia non sarebbe stata pronta all’evento tanto atteso, il popolo ellenico ha evidenziato grandi capacità organizzative e politiche, potendo così estendere l’orgoglio per il glorioso passato anche al presente. Dal 1974 è stato intrapreso un cammino che ha portato all’ingresso nella Cee prima, nell’Euro poi e infine nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Ogni capitolo, opera di un unico autore, affronta un diverso argomento. Ninni Radicini analizza la politica interna della Grecia dal 1974 a oggi, esponendo le vicende che hanno condotto il paese al consolidamento del bipolarismo e di un’alternanza governativa. Vincenzo Greco illustra la politica estera attuata dai governi di Atene: le relazioni con la Turchia, la questione di Cipro, l’adesione della Repubblica Ellenica alle istituzioni comunitarie europee e il contenzioso per la Macedonia. Rudy Caparrini esamina lo sviluppo economico e sociale e, più specificamente, l’anno 2004 con la consacrazione della Grecia a realtà di tutto rispetto sul piano internazionale.
La prefazione al libro è stata redatta da Antonio Ferrari, corrispondente da Atene per il «Corriere della Sera» e grande conoscitore delle vicende che hanno caratterizzato la storia contemporanea della Grecia.
Immagine: La Grecia contemporanea (1974-2006), a cura di Rudy Caparrini, Polistampa 2007

15.03.2007   Piazza dei Martiri a Beirut, Potsdamer Platz a Berlino, quartieri interamente cancellati come Grbavica e Ilidza a Sarajevo, sono luoghi emblematici di città spianate e stravolte dalle guerre. Che rapporto ha il luogo attuale con il luogo scomparso? Può ancora ricordare il luogo del passato, può ancora consentire una ricomposizione dell'unità perduta della piazza? O forse le tracce sono state definitivamente perdute? E ancora, come si conservano la memoria collettiva e la forma della città prima, durante e dopo la guerra? Tre giovani autori, architetti e storici, si confrontano con tre grandi città devastate dai conflitti avviando una riflessione intorno alla questione della memoria e dello spazio urbano come narrazione vivente della storia: un appassionante viaggio alle radici del nostro presente che, sul filo della dialettica del ricordo e dell'oblio, restituisce, più carichi di vita che mai, i luoghi che sono stati e non sono più attraverso la memoria che le popolazioni hanno della loro metamorfosi.
Immagine: Città e memoria. Beirut, Berlino, Sarajevo, Haidar Mazen, Cipollini Laura, Kossel Elmar, Mondadori Editore , 2006

16.02.2007   "Avete perso, siete nei sotterranei della storia" sghignazza una voce a Orlando che, palmi sulle orecchie, resta immobile come a non voler sentire e a chiedersi se è vero. Siamo nell'incubo di chi teme a niente sia servito aver "costruito" la sua vita contro la guerra, per la giustizia, contro gli sprechi. Una vita coerente, dicono i suoi amici, con l'unico difetto [sarà solo una differenza? o magari un pregio?] di una vita sentimentale non propriamente sobria. E se invece fosse proprio un'esistenza inutile?
Immagine: Il sogno di Orlando, Bozidar Stanisic, 2006

16.02.2007   Curioso impasto di esistenzialismo e atmosfere noir, Il drago d'avorio racconta in forma auobiografica le esperienze dell'autore nella Cina comunista negli anni di Mao Zedong e della rivoluzione culturale.
Immagine: Il drago d'avorio, Fatos Kongoli, Besa 2005

16.02.2007   Il termine ''guerra umanitaria'' fu coniato nel 1999 a ridosso della guerra Nato in Kosovo. Da allora altre guerre umanitarie sono scoppiate. Otto autori - docenti, giornalisti, magistrati - hanno indagato il rapporto tra guerra e informazione.
Immagine: Se dici guerra umaniatria, a cura di Corrado Veneziano e Domenico Gallo, Besa 2005

16.02.2007   La persecuzione scatenata tra il 1915 e il 1918 dai turchi nei confronti della popolazione armena residente in Anatolia e nel resto dell'Impero ottomano rappresenta forse il primo esempio dell'epoca contemporanea di sistematica e scientifica soppressione di una minoranza. Un saggio
Immagine: L'olocausto armeno, Alberto Rosselli, Solfanelli 2007

16.02.2007   Un catalogo dei documenti dell'Archivio Centrale di Stato della Repubblica di Albania. Un volume pubblicato nell'ambito del programma BiblioDoc-Inn
Immagine: Gli ebrei in Albania, a cura di Nevila Nika e Liliana Vorpsi, Progredit 2006

16.02.2007   Una serie di testi per la scuola dedicati ai Paesi del sud est Europa. Materiali autentici, di prima mano, proposti nella loro originale ricchezza ed etorogeneità. Il volume dedicato alla Macedonia
Immagine: Ti racconto il mio paese, Macedonia, Vannini editrice 2006

16.02.2007   All'interno dell'UE il dibattito sull'ingresso della Turchia in Europa è acceso e il percorso europeo di Ankara sembra ancora lungo e tortuoso. Un breve saggio in cui si ripercorre in sintesi la storia dell'Impero ottomano e della Turchia
Immagine: Sulla Turchia e l'Europa, Alberto Rosselli, Solfanelli 2006

16.02.2007   10 anni dopo la firma degli Accordi di Dayton un libro di uno dei principali esperti della presenza internazionale nei Balcani
Immagine: Turning Points in Post-War Bosnia, Christophe Solioz, Nomos 2007

31.10.2006   Grande poeta e testimone della nostra epoca, Abdulah Sidran è straordinario uomo di teatro. Se qualcuno volesse capire cosa è stato il dramma della ex-Jugoslavia, la guerra civile (1991-1996) e la guerra di Bosnia Erzegovina (1992-1995) gli basterebbe questa pièce.
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Immagine: A Zvornik ho lasciato il mio cuore, di Abdulah Sidran, Edizioni Saraj 2005

16.10.2006   Una raccolta che ci parla con poesie di "dopo la guerra", ci viene incontro attraverso un lavoro poetico lontano dai giorni del lutto. Sidran dimette i panni del poeta civile e torna - nella ripresa della vita e della normalità - ad una libertà di espressione e felicità di racconto e canto.
Immagine: Il cieco canta alla sua città, Abdulah Sidran, Edizioni Saraj, 2006

15.09.2006   La terra del silenzio è innanzitutto un’indagine sociologica che analizza la vicenda del trasferimento forzato dei cittadini kurdi in Turchia. Al contempo, questo libro è anche qualcosa in più: secondo Sefika Gürbüz, direttrice del Göc Der, “i protagonisti sono le persone e le famiglie che migrano senza volerlo”
Immagine: La terra del silenzio, di Mehet Barut, Infinito Edizioni 2006

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